Stamattina, dopo un paio di settimane in cui non riuscivo a farlo, ho indossato i pantaloni da trekking, calzato le scarpe da trail, impugnato i bastoncini e sono uscito.
Proprio sopra casa mia parte un sentiero. Con l’amico Pietro lo avevamo pulito poco tempo fa, poi aveva nevicato, insomma ero curioso di vedere in che situazioni si trovasse.
Volevo poi vedere a che punto erano i lavori di bonifica delle miniere di serpentino, un minerale di amianto tristemente noto per essere il componente base dell’eternit.
Quindi, spinto dall’entusiasmo, sono uscito appena il termometro è salito sopra lo zero e mi sono avviato.
Già da subito ho notato che, nonostante fossi il primo essere umano a passare di lì dopo le recenti nevicate, non ero di certo l’unico essere vivente. Tracce di ogni dimensione e forma seguivano il sentiero.
Gli animali sono furbi, o forse siamo noi uomini che copiamo gli animali quando tracciamo i sentieri. Sta di fatto che decine di animali erano già passati di là.
Si riconosceva l’orma tonda del capriolo, quella più grossa del cinghiale, lo zampino della volpe, quello inconfondibile dei gatti.
Salivo e leggevo il terreno. Ero così preso a seguire le orme, che spesso ero portato fuori traccia, e lo capivo dalle pendenze innaturali cui le mie gambe lunghe e poco agili, rispetto agli animali che mi avevano preceduto, faticavano ad adattarsi.
Un albero d’inverno nella piana d’Ersaz (ph Franz Rossi)
Sono arrivato sulla piana, dove il vento soffia sempre impetuoso. Oggi ero graziato da una meravigliosa giornata di sole, ma le raffiche avevano disegnato con la neve delle morbide onde in cui affondavo fino al ginocchio.
Ancora in salita. Cercando di indovinare dove passa il sentiero. Ero stupito di come nessuno fosse passato. In fondo ero a poche decine di minuti dal villaggio. Finalmente raggiungo il paese che rappresentava il punto più alto, il gran premio della montagna, e quasi a celebrare l’avvenimento il campanile suonava mezzogiorno.
Ho salutato la chiesetta e mi sono lanciato in discesa. Nelle zone d’ombra, nel bosco, la neve lasciava il passo al ghiaccio. Così i bastoncini aiutavano a mantenere l’equilibrio e, tutto sommato, anche la velocità ne beneficiava.
Mi sono spostato verso ovest, fino a quando ho visto la mia casa, un puntino dall’alto, tutto sulla sinistra. Era il momento di tornare.
Ho imboccato un sentiero che conosco a menadito. Che ho percorso decine di volte, sia di giorno che di notte. E’ stato allora che ho notato che le uniche tracce sul sentiero ero quelle di un grosso cane. Ma nessun animale domestico si avventura in quei boschi senza il padrone.
Da almeno un anno sento storie di lupi che girovagano intorno alle nostre case, ma solo oggi ne ho avuto una prova diretta.
Ho parlato con i miei vicini, loro sono preoccupati per le pecore e gli altri animali. Per loro l’arrivo del lupo è sinonimo di povertà. Di perdita.
Ma io non riesco a non pensare che sono loro i veri re del bosco. Non il maestoso cervo, il cinghiale che ara il terreno, o il goffo tasso.
I lupi, che percorrono decine di chilometri ogni notte per andare a predare un animale debole. I lupi, che vengono dall’Appennino, e sono risaliti fino alla Liguria e da lì lungo le Alpi sono arrivati da noi. I lupi, che solitari o in branco, si muovono come un individuo.
E, pensando a questi miei nuovi vicini, sono arrivato a casa. Felice, una volta di più, che la Natura trovi ancora un suo spazio.
Quando ero bambino e vivevo a Venezia, il pediatra aveva diagnosticato a me e a mio fratello una forma di asma allergica e aveva consigliato ai miei genitori di portarci per un paio di settimane in montagna.
“Non alta montagna – aveva specificato – basta andare di poco sopra i mille metri”
I miei genitori avevano così deciso che per quell’estate non saremmo andati al mare ma saremmo saliti di quota. E da bravi veneziani, avevamo puntato le Dolomiti. Fu la mia prima volta in montagna…
50 anni dopo, a ricordarmi come la vita sia un cerchio, mi sono ritrovato ad andare esattamente negli stessi posti. Ricordi ne avevo pochi, ma i nomi mi risuonavano familiari: Pian del Cansiglio, Bus de la lum, Tambre. Sono posti di una bellezza assoluta, specialmente in questa stagione. I faggi che svettano altissimi e che lasciando filtrare i raggi del sole giocano con i colori. Le montagne dai fianchi dolci, sembrano minute in confronto ai giganti sui quali mi affaccio in Valle d’Aosta. E la gente, di tutte le età, che riempiva quei sentieri mi dava un’euforia strana, a me che sono abituato ai sentieri solitari dei miei percorsi.
I faggi della foresta del Cansiglio, storicamente proprietà della Serenissima, oggi gestiti dalla Regione Veneto (ph. Franz Rossi)
Il motivo ufficiale era fare una rimpatriata tra gli amici di Franco Perlotto che, durante l’estate, erano stati al rifugio Boccalatte Piolti a dare una mano. Il luogo di ritrovo era il rifugio Semenza, gestito da Nadia Benetti, moglie di Franco, ai piedi del Monte Cavallo, al confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia.
Significa guidare sei ore per camminarne un paio… ma ero certo che il gioco sarebbe valso la candela.
Lasciata finalmente l’automobile, abbiamo inziato a salire. La prima parte era tutta nella foresta del Cansiglio. I faggi alti e ben distanziati tra loro testimoniavano la cura che la Forestale dedica a questa zona. Via via che prendevamo quota la vegetazione cambiava, apparivano gli abeti e i larici, fino a quando, con un’ultima decisa salita, non ci trovavamo di fronte alla montagna nuda e scorgevamo in alto tra i ghiaioni la meta della nostra gita.
Al rifugio abbiamo trovato una comitiva di amici. E’ curioso parlare di amicizia tra persone che non si conoscono, eppure fin dal primo momento è stato percepibile il senso di comunione di idee e fratellanza di spiriti.
Verso sera gli ultimi gitanti (il rifugio è ancora aperto nei fine settimana) hanno iniziato la loro discesa, lasciando a noi il campo. Eravamo una dozzina (per l’esattezza 13 tant’è che a tavola, vista la presenza di Stefano che è un sosia di Gesù di Nazareth, abbiamo fatto a gara per chi interpretava il ruolo di Giuda), provenienti da tutto l’arco alpino, così si mescolavano i dialetti, i cibi e gli aneddoti.
Il rito delle caldarroste sul fuoco acquista un sapore diverso tra amici e fuori del rifugio (ph Franz Rossi)
A fine cena siamo usciti nella notte a fare il fuoco per cuocere le castagne e continuare le nostre chiacchiere, rese più fluide da qualche bicchiere di vino.
Abbiamo tirato tardi, ma il mattino dopo ho deciso di salire lo stesso il Monte Cavallo (poco più di mezz’ora dal rifugio) e osservare la pianura.
Camminavo veloce in compagnia dei miei pensieri. Riflettevo su come fosse stata straordinaria l’esperienza della sera prima. Persone diverse, legate da un approccio semplice alla vita. Un pugno di castagne, un bicchiere di vino, la voglia di darsi da fare per gli altri senza attendere compensi.
Forse è questa la ricetta per vivere meglio il nostro tempo.
Se la storia (come la vita) è un cerchio, dobbiamo ritornare a quei valori che hanno creato le prime comunità di uomini. Delle unità di resistenza al modo di vivere, predominante oggi, in cui non ci riconosciamo più.
E osservando dalla vetta del monte i miei nuovi amici che si scaldavano al sole nella terrazza del rifugio mi sono sentito un po’ meno solo.
Eccomi qui, di nuovo, a riempire questo spazio. Mi ero ripromesso di regalarmi una pausa di un mese prima di una fine anno densa di novità. Il mese di agosto non è ancora finito, ma meglio iniziare a scaldarsi un po’ i muscoli prima della ripresa, così voglio raccontarvi dell’ultima gita delle vacanze…
Avevo sentito spesso parlare di Chemp in questi ultimi anni.
Si tratta di un borgo situato nel comune di Perloz (la località dove è ambientato il gran finale di Una seducente sospensione del buon senso) che risale alla fine del 1600 e che oggi è quasi completamente disabitata.
Abbarbicato a quota 850 mt sulla destra orografica del fiume Lys (quello della valle di Gressoney, per capirsi) gode di una fantastica esposizione a sud e di una vista sulla bassa valle che da sola vale la visita.
In passato, come tutti i paesi, era completamente autonomo, aveva la sua scuola, la sua chiesa, campi e vigne, e soprattutto gente. Ma con il passare del tempo le persone hanno (comprensibilmente) scelto di scendere a valle e di seguire le opportunità e comodità che le città potevano offrire.
Chemp è diventato così un paese fantasma. Ad abitarlo solo la signora Mirella e Pino Bettoni con la moglie.
Pino è uno scultore. Trent’anni fa ha visto Chemp e se n’è innamorato. Ha acquistato una porzione di casa e se l’è sistemata, dedicando una parte importante della sua vita al progetto di abitare in questo luogo.
Quasi a voler ridare vita alla frazione, Pino ha iniziato a popolarla di statue, creando dal legno i nuovi abitanti di Chemp ed inserendoli in una cornice naturale magica.
Una delle creature che popolano Chemp, la piccola fiammiferaia (ph. Franz Rossi)
La voce si è sparsa, ed altri scultori sono saliti a Chemp per scolpire delle opere e lasciarle alla collettività. Altri hanno deciso semplicemente di accompagnare a Chemp alcune delle loro creature e lasciarle lì.
Così oggi, percorrendo le vie del paese, si incontrano personaggi fiabeschi: dalla bambina con l’aquilone alla ballerina, dalla piccola fiammiferaia ad una versione ferrosa del cane Slinky di Toy Story. Persino la signora Mirella, che recentemente è morta e ha lasciato Pino e la moglie come unici abitanti del paese, rivive nelle sculture. E la troviamo intenta a dar da mangiare alle galline, osservata a distanza da un fiero gallo e da una volpe affamata, oppure a portare sul capo un carico di fieno… epigone della dura vita dei campi e imperitura memoria di un passato che sembra remoto.
Chemp ha una storia che andrebbe raccontata.
C’è una fontana diversa dalle solite fonti valdostane, a gettare l’acqua è il becco severo di un’aquila circondato da una data, il 1946, inciso sulla pietra. E’ il dono che i partigiani hanno fatto alla cittadinanza, ringraziandoli per il supporto: durante la Seconda Guerra Mondiale una delle più importanti basi operative partigiane era situata proprio sopra il paese.
C’è la vecchia scuola, una stanzona singola, all’ingresso del villaggio. Oggi sembra strano che un paese di poche anime abbia una propria scuola, ma in passato i bambini erano numerosi: le famiglie ne mettevano al mondo tanti e riempivano l’aria di risate e grida, anche quando l’unico divertimento era rincorrersi prima di aiutare i genitori nelle faccende domestiche o nei mille lavori della campagna.
Oggi non abbiamo più figli.
Non voglio fare il nostalgico e dire che sarebbe bello tornare ad una volta, troppo è cambiato nella nostra società. Però credo sia importante essere consci di questi cambiamenti che sono in atto e non accettare tutto come qualcosa di giusto ed ineluttabile.
Ma lasciatemi tornare a Chemp. Ieri passeggiavo per le vie della cittadina e osservavo questo luogo magico a cui è difficile arrivare in auto (sono 25 minuti dall’uscita dell’autostrada a Pont St Martin) ed è più “logico” arrivare a piedi, traversando da Perloz o salendo da Lillianes.
Un gruppo di volonterosi ha deciso di aiutare Pino Bettoni nell’impresa “matta e disperata” di far rivivere il borgo di Chemp. Hanno creato l’Associazione Amici di Chemp e promosso un progetto di crow funding che è diventato un libro fotografico dal titolo “Chemp, un sogno portato dal vento” con splendide immagini di Enrico Romanzi, testi di Danilo Marco, Sergio Enrico e Umberto Druschovic e la prefazione di Paolo Cognetti.
Si raccolgono fondi vendendo il libro e con la speranza di creare altri progetti per non lasciar morire del tutto una delle più incantevoli e sconosciute gemme della Valle d’Aosta.
Ieri era un giorno di grande festa, con tanti visitatori e una guida a raccontare la storia di Chemp. Con i bambini che correvano tra le vie e facevano risuonare la campana della chiesetta, mentre Pino accoglieva la sua famiglia e gli amici intorno al tavolo nel suo giardino.
Oggi il paese è tornato alla sua silenziosa quiete, insensibile al passaggio del Tempo, un po’ come le travi di larice del rascard (la costruzione più antica del villaggio) che dal 1600 resistono alle intemperie, in attesa che l’estate diventi autunno e poi inverno e poi primavera e poi di nuovo estate.
Mi sono ripromesso di ritornare, da solo, almeno una volta a stagione, per apprezzare fino in fondo la compagnia delle statue lignee di Pino. Sedermi lì per qualche ora ad ascoltare le loro storie, nei colori rossi dell’Autunno o dopo la prima neve.
Segnatevi il nome e magari acquistate il libro, contribuendo ad alimentare il sogno di Pino (link).
Ma soprattutto, organizzatevi per fare una visita a Chemp. Tornerete a valle con una modificata percezione dello scorrere del Tempo.
Ci sono uomini che vivono ad una velocità diversa degli altri. Persone che infilano in una vita quello che noi faremmo fatica ad immaginare vivendone tre.
Sono andato a cercare uno di questi personaggi straordinari arrampicandomi sulla Grand Jorasses, sul Monte Bianco. Un piccolo rifugio, senza frigo, senza forno, dove si arriva solo facendo una scarpinata di oltre tre ore, guadando un torrente, attraversando un nevaio, risalendo una morena e superando grazie a delle corde ed una provvidenziale scala verticale tre salti di roccia.
Parlo del rifugio Boccalatte-Piolti e della persona che da quattro anni lo sta gestendo, Franco Perlotto.
Il rifugio Boccalatte Piolti visto dalla val Ferret. Non lo riuscite a scorgere? guardate la foto successiva… (ph. Franz Rossi)
Per chi sa poco della storia dell’alpinismo e magari conosce solo alcuni grandi nomi come Bonatti o come Messner, oppure per chi legge fugacemente i titoli dei giornali e sente parlare delle imprese di Simone Moro, il nome di Perlotto non dice nulla. Ma lui, insieme ad altri, ha tracciato la storia dell’alpinismo, vivendone soprattutto la rivoluzione al termine delle grandi imprese alpine (alcune delle quali ha firmato).
Devo ringraziare il mio amico Sergio che me ne ha parlato la prima volta e mi ha invitato ad andare a trovarlo. Così sabato scorso ho lasciato la macchina in val Ferret e sono salito fino a quel nido d’aquila che si vede (e sembra irraggiungibile) dal fondo valle.
Ingrandendo l’immagine sopra iniziamo a vedere la bellissima posizione del rifugio… (ph. Franz Rossi)
Ingrandendo l’immagine sopra iniziamo a vedere la bellissima posizione del rifugio…
Il rifugio è dedicato a due grandi alpinisti, Gabriele Boccalatte e Mario Piolti, è stato costruito nel 1881 (incredibile cosa facessero in quegli anni) in un punto che si dice sia stato individuato da Edward Whymper a quota 2803 mt. Di proprietà del CAI Torino era stato abbandonato (che significa lasciato incustodito) per alcuni anni fino a quando l’uomo delle imprese impossibili ha accettato di prenderlo in gestione e rivitalizzarlo.
Mi rendo conto che sto scadendo nella retorica. Ma Franco Perlotto è davvero un uomo delle imprese impossibili. Non mi riferisco tanto al suo impressionante curriculum alpinistico quanto a tutte le cose che ha fatto.
Alcuni esempi che forse vi daranno un’idea.
Avete presente il Salto Angel? Nel film Point Break (l’ultima versione, di qualche anno fa) ad un certo momento la sfida finale (link) tra Bodi e Utah si svolge arrampicando un’incredibile cascata di mille metri… ecco la prima persona ad averla salita è stato Franco.
Avete presente il marchio Think Pink? E’ stato uno dei più incredibili successi di una linea di abbigliamento sportivo che ha valicato i confini dello sport per diventare un modo d’essere… ecco l’idea originale era di Franco che lo ha consigliato a Bailo.
Avete presente El Capitan? Quella montagna imponente che sorge all’interno del parco dello Yosemite e che rappresenta la Mecca dei free climbers? Franco ha salito in libera alcune delle principali vie, tra cui la prima in solitaria sulla mitica Lurking Fear.
E come se tutto ciò non bastasse, Franco è stato artefice di una serie di operazioni di aiuto internazionale: anni in Amazzonia a combattere la deforestazione selvaggia, in Ruanda nella guerra civile tra Hutu e Tutsi, nei Territori Autonomi Palestinesi, in Sri Lanka, in Sudan…
Ha ospitato a casa sua Yvon Chouinard (il fondatore del marchio Patagonia), ha discusso di poesia con Allen Ginsberg, ha incrociato e ricevuto un passaggio da Bruce Chatwin e signora…
Devo aggiungere altro?
Lui si schermisce dicendo che erano dei ragazzacci, dei ribelli che vivevano in un’epoca speciale, ma la verità è che noi tutti siamo testimoni del nostro tempo, eppure fatichiamo ad uscire dal comodo trantran casa-ufficio e località fissa delle vacanze due settimane in agosto. Invece ci sono altri che sono capaci di essere al centro del mondo mentre il mondo sta cambiando.
Mi ha fatto molto riflettere la sua decisione di venirsi a rifugiare su questo sperone di roccia, a fianco ad un ghiacciaio, dove la fatica della salita opera una naturale selezione tra chi viene a trovarlo. Franco ha parole per tutti, consigli per chi deve affrontare un’arrampicata nel meraviglioso mondo di guglie che circonda il rifugio, aneddoti per ingannare una parentesi di brutto tempo quando ci si raccoglie intorno alla stufa, battute e barzellette concluse tutte con quella sua incredibile e contagiosa risata.
Franco Perlotto mentre beve il caffè al mattino presto (ph Franz Rossi)
E’ l’incarnazione evidente della differenza tra essere ed apparire. In un mondo in cui tutti si sforzano di sembrare eroi, si ammantano di imprese, si riempiono la bocca di progetti sui quali stanno lavorando, a Franco basta aprire il libro dei ricordi, e mentre mescola il goulash che sta preparando per il gruppo di escursionisti che lo ha chiamato la sera prima prenotando il pranzo, raccontare di quella volta che Bonatti lo ha abbracciato o quella volta che è andato con Cassin in Inghilterra.
Mi ha accolto come un vecchio amico (in quanto amico di “Tovarish Sergej”) e abbiamo chiacchierato a lungo in questo weekend: affacciati sul mondo dalla terrazza del Boccalatte mi indicava le cime con cui ho una certa confidenza, cercavamo punti di contatto, amici comuni, vizi condivisi, insomma tutto quello che serve per sentirsi a proprio agio con un’altra persona.
Ho intrapreso la discesa sapendo che sarei ritornato a breve. Non più per incontrare la leggenda, ma per passare ancora qualche ora in quel mondo un po’ più sano, in quell’aria pura dove è ancora importante quello che fai e non chi sei.
PS leggete il suo libro “Spirito Libero” e avrete una piccola dimostrazione di quello che vi ho raccontato. Poi però prendete lo zaino e salite al Rifugio Boccalatte-Piolti… ne vale davvero la pena.
Ho visto un vecchio. Camminava a piccoli passi incerti, preceduto da una signora di pari età (la moglie?) e seguito da un uomo di oltre 50 anni (il figlio?) Procedevano in fila indiana sul marciapide sotto il mio ufficio. La signora portava un sacchetto della spesa della LIDL. L’uomo che chiudeva la fila portava tre pesanti borse gonfie di prodotti. Lui aveva in mano una confezione da quattro rotoli di carta igienica.
La moglie aveva una sua eleganza d’altri tempi, un maglioncino rosa, un paio di pantaloni grigi, un filo di perle al collo, un’acconciatura sobria e curata, un paio di occhiali da sole indossati come fossero un cerchietto.
Il figlio vestiva casual, pantaloni sportivi, una polo. Dalla tasca usciva il filo di un auricolare dello smartphone che lo collegava al resto del mondo.
Ma il vecchio indossava un maglione blu sformato, parecchie taglie più grande della sua, pantaloni grigi di una tuta di cotone vecchio stile con gli elastici alla caviglia, e un paio di sandali da frate in pelle marrone. Aveva capelli grigi, quasi bianchi, portati corti, spettinati, quasi irsuti, come se si fosse appena alzato dal letto.
Ho premuto il telecomando del cancello del cortile proprio mentre stavano passando. Il vecchio si è infilato nel cancello che si apriva, la signora ha allungato in silenzio la mano verso di lui, lo ha gentilmente spinto nuovamente nella direzione corretta.
Senza una parola. Senza uno sguardo che tradisse un’emozione.
Il vecchio ha allungato la mano e con la punta delle dita secchie ha sfiorato la mano della signora e, quasi rassicurato dal contatto, ha cambiato direzione ed è tornato a seguirla.
Nel cambio di direzione i nostri sguardi si sono incrociati. Io seduto in auto in attesa di passare, lui in piedi sul marciapiede alla ricerca di un instabile equilibrio.
E nei suoi occhi non c’era niente. Non un sorriso, non un dolore, non una rabbia. Neppure la consapevolezza di ciò che accadeva.
Ci sono modi di morire che non coinvolgono il cuore ed i polmoni. La luce si spegne. Anche quando il sole è alto in cielo.
Ho visto l’Uomo e la sua debolezza. E mi ha fatto paura.
Ho atteso ben più del tempo necessario a loro per passare, poi ho parcheggiato e mi sono messo a lavorare. Ma quello sguardo me lo sono portato dentro per tutto il giorno.
Ho incontrato Alessandro Bertani, vice presidente di Emergency e compagno di avventura nel progetto #26W26M (“26 weeks for 26 miles“) che ci porterà a correre la maratona di New York del prossimo 5 novembre. Alessandro è un runner convinto con già alcune 42,195 km alle spalle, ma come me alla sua prima esperienza alla maratona per antonomasia. Il progetto #25W26M che stiamo raccontando fin dall’inizio su questo mio blog e sul sito della Repubblica dei runner si prefigge come scopo quello di testimoniare il nostro appoggio alla ong creata da Teresa e Gino Strada ma anche, e soprattutto, di raccogliere fondi che verranno utilizzati per fornire i medicinali nel campo profughi di Arbat in Iraq.
Alessandro, partiamo dall’inizio, come si coniugano Emergency e la corsa? Intendo sia nella tua vita personale che da un punto di vista più istituzionale. “Trovo nella maratona una metafora significativa della ragione di esistere di Emergency. Nel nostro lavoro, abbiamo un traguardo chiaro da raggiungere davanti a noi: l’abolizione della guerra. La guerra è la più grande tragedia umana, il più grande crimine contro l’umanità, che provoca solo morte, distruzione e povertà. La cultura della guerra può solo creare le premesse di una prossima guerra. Nei conflitti contemporanei, oltre il 90% delle vittime sono civili. Stiamo andando incontro alla distruzione del nostro futuro, del genere umano. Abolire la guerra potrebbe sembrare un traguardo folle, utopico. Bene, pensavo la stessa cosa quando sognavo di correre una maratona: un obiettivo folle, utopico, che non avrei mai potuto raggiungere, pensavo. E, invece, un obiettivo ambizioso come tagliare il traguardo di una maratona si può raggiungere, l’ho fatto pure io. Come? Alleandosi, con costanza e determinazione, avendo deciso che quella è la strada da seguire, che passo dopo passo quel traguardo si può raggiungere, perché senza un traguardo non si arriva da nessuna parte. Così è, così sarà, per l’abolizione della guerra. Così è stato per altre follie umane che abolire sembrava in passato utopico, come la schiavitù, che era addirittura legale fino a poco più di un secolo fa: si tratta di ieri, nella storia dell’uomo. Come ci si deve allenare per correre una maratona, con il corpo ma soprattutto con la mente, per abolire la guerra bisogna imparare ad allenare le nostre coscienze, bisogna innanzi tutto volere raggiungere quel traguardo. E poi cominciare a muovere un passo dopo l’altro in quella direzione, nel nostro vivere quotidiano”.
Alessandro Bertani, vice presidente di Emergency, impegnato in una gara a Roma
Emergency ha tra i suoi testimonial diversi personaggi sportivi famosi… “Emergency ha avuto e ha diversi personaggi sportivi come sostenitori. La ragione potrebbe forse essere perché lo sportivo ha una sensibilità particolare verso l’integrità del proprio corpo e sente quindi più vicina la minaccia del dolore, dell’infortunio, della menomazione che può compromettere il suo vivere quotidiano, come purtroppo succede alle vittime della guerra e della povertà. E’ una sensibilità simile a quella che condividono molti artisti vicini ad Emergency: l’arte, la bellezza, la poesia e la gioia della vita che rischiano di essere spazzate via in un secondo dall’orrore della guerra.
Un altro modo di raccogliere fondi, invece, è quello delle cosiddette charities, gare di corsa in cui i partecipanti si impegnano a fare fund raising per le ong. Nel mondo è piuttosto diffuso (New York, Londra, Vienna) ma in Italia si è cominciato da poco. C’è la maratona di Milano che con la sua prova a staffetta offre alle associazioni no profit un’occasione per farsi conoscere e raccogliere denaro. E poi ci sono altri organizzatori che devolvono a noi di Emergency una parte del costo del pettorale, mi viene in mente il Tor des Geànts, oppure la Strabologna o il circuito trail del Trofeo Malaspina. O le gare non competitive organizzate dai volontari di Emergency e il cui ricavato va tutto all’attività sul campo”.
Insomma, il running in prima fila… “Il mondo della corsa che ho conosciuto, soprattutto negli ultimi anni, è portatore di un grande messaggio di solidarietà. Credo sia un modo per restituire qualcosa a chi non può permettersi la gioia di poter praticare sport, qualcosa che noi diamo per scontato, come numerosi comportamenti del nostro quotidiano, comportamenti che invece sono inaccessibili a moltissime persone nel mondo. Pensa a chi fugge dalla guerra e dalla povertà. O pensa addirittura a chi non può nemmeno permettersi di pensare di fuggire dalla guerra e dalla povertà che condizionano le loro vite. A Ostia abbiamo costituito un’associazione sportiva amatoriale, Runners for Emergency, che in soli tre anni è diventata una delle più importanti realtà della capitale. A Milano c’è X.Runners for Emergency, altra realtà impegnata da anni a sostenere Emergency correndo. Mi sembra un canale sano e importante per trasmettere il nostro messaggio di pace e solidarietà”.
Credo sia importante spiegare come funzionano la ripartizione tra i fondi raccolti e i costi per gareggiare “Emergency pone sempre una grande attenzione alla trasparenza ed è guidata da un principio semplice. Tutto il ricavato deve servire alla missione di Emergency. Non copriamo le spese dei fund raiser, non copriamo i costi dell’organizzazione, tutto quello che raccogliamo serve al progetto specifico che viene dichiarato. Come nel nostro caso, Franz. Tu, Ippolito, Matteo, Pierpaolo ed io ci siamo impegnati in questo progetto di raccolta fondi, #26W26M, chiedendo alle persone di contribuire con una donazione a favore dei pazienti visitati nei centri sanitari di Emergency nel Kurdistan iracheno, facendoci carico noi dei costi di viaggio e di alloggio per la maratona di New York, che correremo insieme. Noi ci mettiamo questo, ci mettiamo la nostra passione e la nostra partecipazione diretta e chiediamo a chi non lo potrà fare personalmente di donare anche solo un piccolo contributo a sostegno del progetto che ci siamo posti come obiettivo: 15mila euro, per coprire il costo di tre mesi di farmaci per i centri sanitari di Emergency nel campo profughi di Arbat, nel Kurdistan iracheno. E io mi impegno a consegnare personalmente i fondi raccolti ai nostri colleghi e a documentare così anche questa nostra attività”.
Ma Emergency di cosa vive? “Emergency può contare su numerosi piccoli sostenitori, che contribuiscono alla nostra attività come possono, attraverso donazioni occasionali, donazioni continuative (che rappresentano per noi la forma migliore di sostegno, perché ci consentono di programmare gli impegni con maggiore tranquillità), il 5 per mille, i lasciti testamentari, che sono una straordinaria testimonianza di continuità sui valori condivisi, da trasmettere alle future generazioni. Dei circa 50 milioni di euro che raccogliamo negli ultimi anni, il 92% circa viene direttamente utilizzato nella nostra attività istituzionale, la cura di pazienti vittime della guerra e della povertà in Afghanistan, nel Kurdistan iracheno, in Sudan, nella Repubblica Centrafricana, in Sierra Leone, in Italia, impiegando circa 3.000 dipendenti tra medici, infermieri, amministratori, logisti, personale di servizio e di supporto all’estero e nel nostro Paese, e promuovendo una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani. Dal 1994 ad oggi abbiamo curato oltre 8,5 milioni di persone, 900mila solo nell’ultimo anno”.
Mi sono reso conto che abbiamo parlato di tutto, ma non di quello che fa Emergency. Forse io do sempre per scontato che tutti lo sappiano.Mi potresti racchiudere in una frase lo scopo dell’associazione? “Costruiamo e gestiamo ospedali e strutture sanitarie nel mondo e in Italia e lavoriamo perché un giorno la guerra venga abolita dal futuro dell’uomo”.
E, per quelli che sono disattenti, cosa c’entra questo con l’Italia? Perché so che siete presenti in modo ormai capillare anche qui da noi che con la guerra c’entriamo poco (fortunatamente!) “Sei sicuro Franz, che la guerra non c’entri con il nostro Paese? Non solo perché noi, come parte del mondo occidentale civilizzato e benestante, esportiamo guerra e importiamo povertà. In Italia da undici anni ormai denunciamo l’esistenza di una guerra ai poveri, alle persone in stato di bisogno, che siano stranieri o italiani poco importa. Si tratta di persone dimenticate, alle quali è negato il diritto alla cura, un diritto fondamentale dell’uomo riconosciuto dalla nostra costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Secondo il Censis sono ormai 12 milioni le persone nel nostro Paese che non hanno possibilità di accesso alle cure secondo i loro bisogni. 12 milioni, Franz. Una persona su cinque che si trova a vivere nel nostro civilissimo Paese. Un Paese che lascia per strada gli ultimi perde la ragione prima del suo esistere, perde il fondamento del vivere insieme. Perché accetta la logica – inumana – della sopravvivenza del più forte, che significa poi del più ricco. Il primo preambolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo stabilisce che ‘il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo’. Sai qual è il concetto che trovo più bello in questa affermazione di principi così alti? L’essere membro di una unica famiglia umana”.
Per chiudere e tornando alla corsa: cosa ti aspetti da questa maratona di New York? “Mi aspetto solo di raggiungere il traguardo, con te e con tutti gli amici che correranno con noi, mi aspetto che tagliare quel traguardo finisca per rappresentare per molti la dimostrazione che l’unico traguardo impossibile da raggiungere è quello che non ci si pone. E che se quindi ci poniamo tutti insieme – noi, famiglia umana – il traguardo di abolire la guerra, un giorno quel traguardo lo raggiungeremo, tutti insieme. Quando questo accadrà? Dipende solo da noi. Quanto prima ce lo porremo come traguardo, quanto prima cominceremo ad allenare le nostre coscienze e a muovere un passo dopo l’altro in quella direzione, tanto prima vedremo la linea di quel traguardo farsi sempre più vicina”.
Il progetto #26W26M vede cinque runner, Ippolito Alfieri (imprenditore veneziano prestato a Milano), Alessandro Bertani (vice presidente di Emergency – Roma), Matteo Caccia (attore e autore radiofonico, conduttore di Pascal su RadioDue – Milano), Pierpaolo Petruzzelli (avvocato – Bari) e Franz Rossi (scrittore e blogger – Milano) partecipare alla New York City Marathon sfidandosi tra loro non solo a piedi ma anche nella raccolta fondi. Potete scoprire come va la sfida e potete sostenere Emergency e il vostro campione andando sul sito di Rete del Dono
Ripubblico oggi questo post, scritto nell’ottobre 2013, quando un barcone è affondato sulle coste di Lampedusa. I siti sono pieni di rievocazioni di quella tragedia (ad esempio sul Corriere o su Repubblica). Quel giorno io scrissi queste parole…
Si corre. Gli alberi scivolano veloci ai nostri fianchi. Il sentiero scorre sotto i nostri piedi. Anche se sei a Milano, potresti essere ognidove.
Si corre. E leggere scorrono le parole tra noi. Leggeri i pensieri ed i sorrisi. Senza peso come tutto quanto sembra essere in questa serata iniziata un po’ prima.
Si corre. Al secondo giro si cambiano i compagni, e cambia il clima. Le parole acquistano un peso, i passi aumentano in concretezza. Ma lo spirito è ancora libero, sembra fluttuare intorno a noi che corriamo.
Si corre. Semplicemente felici.
Poi la notizia alla radio. Sono arrivati su un barcone, a centinaia. Un asciugamano fiammeggiante per segnalare l’arrivo e il fuoco è fuggito di mano. I bambini hanno paura e scappano. Il panico contagia le donne e tramite loro gli uomini. Non c’è via di fuga in una barca.
In troppi si spostano sul bordo lontano dall’incendio. La barca diventa altalena. La stiva diventa bara.
Urla. Fiamme. Il mare è pieno di teste, di braccia. Di schiene.
Si ripete il lamento della spigolatrice di Sapri.
Eran 300, eran giovani e forti, e sono morti.
Ma non sono di guerrieri, i trecento cadaveri. Sono un popolo in fuga da un paese che li stritola. Sono lucciole impazzite che inseguono la luce di un sogno, ma finiscono bruciate.
…
Mentre correvo leggero. Mentre brindavo con gli amici ai nuovi progetti. Loro morivano. E cento altri, uomini come me, lottavano per strappare al mare una speranza.
Stamane sto male per la mia corsa leggera. Per il mio voltar pagina scorrendo il Corriere. Forse è solo il senso di colpa di chi è vivo nei confronti di chi muore anzitempo.
Ma quando non puoi più indignarti. Quando non puoi più provare compassione. Quando non hai altro da offrire.
Tieni stretta, tra il cuore e lo stomaco, questa oppressione. E’ l’unico modo di sentirti ancora un Uomo.
La giornata era iniziata come tante altre. Poi ho appreso la notizia e tutto è cambiato.
L’ennesima tragedia della strada: una ciclista travolta da un camion. Una donna in bicicletta è troppo piccola rispetto ad un mezzo pesante.
Chissà se il camionista ha fatto in tempo a vederla sulla rotatoria di una di quelle strade che, seppur provinciali, per il fatto stesso di essere in Brianza sono affollate di mezzi. Chissà se lei ha fatto in tempo ad accorgersene. Se il suo cuore, abituato a gestire l’essere a tu per tu con il pericolo, ha vacillato.
Alessandra aveva da poche settimane completato l’ascesa di tutte le 82 vette superiori ai 4000 metri delle nostre Alpi
Si chiamava Alessandra, aveva 50 anni.
Poche settimane fa aveva portato a termine la scalata dell’ultimo 4000 delle nostre Alpi (sono 82 e le persone che li hanno saliti tutti sono pochissime). Non c’era ansia da record nella sua impresa, solo una grande determinazione. Un sogno che aveva concepito nel 1993 e concluso nel 2017, dopo aver superato difficoltà ad infortuni.
Di cognome faceva Casiraghi. Era la sorella di Monica, che sono onorato di poter chiamare amica. Una – anzi no – LA campionessa di ultramaratona, campionessa del mondo e nella vita, una persona semplice e determinata.
Mi aveva colpito questo parallelo tra le due sorelle. Entrambe campionesse, in modo diverso, ma accomunate da questa capacità di sognare in grande. Avevo conosciuto anche la mamma, che Monica chiama scherzosamente la sciura Brambilla (proprio così, articolo determinativo compreso), e mi ero fatto convinto che buona parte della responsabilità della tenacia delle figlie fosse stata trasmessa con il DNA.
Quando ho letto la notizia stamattina, il pensiero è corso a loro. Sono due donne molto unite e spero che questo le aiuti a sopportare un dolore che è insopportabile.
Però per un attimo lasciatemi dimenticare il fatto che conoscessi questa ennesima vittima bianca delle strade. Lasciatemi accantonare lo sbigottito dolore per usare questa morte come monito.
Non è questione di regole e di leggi, ma di buon senso.
Voi che guidate, anzi no, NOI che guidiamo abbiamo il dovere di comprendere che siamo seduti su una potenziale arma. Che quando ad un incrocio passiamo e colpiamo un ciclista o un pedone non conta chi aveva la precedenza, ma solo il fatto che adesso lui è morto.
Possiamo chiedere pene più severe, imporre controlli e telecamere, ma non servirà a nulla fino a quando non capiremo che l’unica cosa che conta è il nostro senso di responsabilità.
E quando muore una persona che conoscevi, questo lo capisci nel modo più duro.
Una volta tanto non parlo di corsa, anche se il problema che vi propongo incide sulla mia vita e di conseguenza anche sul mio correre. E’ una storia un po’ lunga, ma cercherò di riassumerla…
Due ragazzi si incontrano, si frequentano e decidono di andare a vivere assieme. Hanno tante cose in comune, tra cui la passione per i cani. Lei ha una bella cagnona nera, meticcia ma con chiare origini lupoidi. Lui ha un cucciolo di shar pei di 6 mesi, goffo e simpaticone (avete presente quali sono vero? Quelli che sembrano gli abbiano presi per la coda e tirata tutta la pelle in avanti…) I ragazzi sono tranquilli per quanto riguarda i rapporti tra i due animali: anche se lei non è sterilizzata, lui è ancora troppo giovane.
Il seguito prova che avevano torto. Dopo qualche mese, la lupa nera diede alla luce nove cuccioli e una di loro, Margò, entrò nella nostra vita.
Margò ed io in vetta al Mombarone
In famiglia avevamo già un cane (Lupen) e sembrava facile gestirne due, così rispondemmo subito alla richiesta di aiuto e adottammo la giovane bastarda (e non mi riferisco alla razza!). Passano gli anni (Margò ne ha nove, oggi), la nostra famiglia prende strade diverse: il divorzio, la morte di Lupen, un figlio che lavora fuori Milano, l’altra che lavora 6 su 7 (weekend inclusi) e Margò rimane sempre di più con me. La mattina sono il primo ad uscire di casa, quindi le preparo il cibo e la porto fuori la prima volta. Poi in pausa pranzo vado a casa per la seconda uscita giornaliera. La sera, il primo che arriva (a seconda degli orari) le prepara la cena e le fa fare un’altra passeggiata. E finalmente la notte, mia figlia e Margò escono per l’ultima volta…
Fino a qui tutto bene. Ma un paio di settimane fa siamo andati in ferie in montagna. Due settimane di pacchia e relax. Praticamente Margò ed io da soli, 24 ore su 24, gite nei boschi e sulle vette, abbiamo perfino fatto la spesa assieme (ad Aosta c’è un Carrefour che ha i carrelli per i cani…)
Scene da una vacanza, Margò si gode la montagna sia da trekker che a far la spesa…
Ci siamo divertiti un sacco. Soprattutto se trascuro la volta che si è persa nel bosco e per tre ore abbiamo vagato cercandola fino a quando l’abbiamo vista rispuntare bella bella sulla strada asfaltata. O quando ha deciso che non avevo il diritto di lasciarla da sola a casa (ero andato a correre) e ha tentato di guadagnarsi la libertà mordendo la maniglia della porta-finestra. O quando ha ben pensato di imparare a giocare a tzan (un gioco valdostano, qui il link con le spiegazioni) e ha iniziato ad inseguire la pallina di legno che un ragazzino usava per esercitarsi…
Insomma, ordinaria amministrazione, niente di cui lamentarsi. Ma quando siamo tornati a Milano la musica è cambiata. Ha deciso che se io la lascio da sola a casa (anche solo per le ore in cui sono a lavorare) lei deve dimostrare il suo dolore per l’abbandono e da navigata blues singer pianta su degli ululati da strappare il cuore. Voi direte, lasciala sfogare che prima o poi le passa. I miei vicini magari potrebbero dissentire (uno gentilissimo mi ha persino chiesto preoccupato se stesse male), ma il problema è che la sento ululare non quando vado via ma quando ritorno, dal che deduco che passa ore a lamentarsi.
Il problema si era manifestato anche nei mesi prima della montagna, ma in modo sporadico mentre adesso è continuo. Non posso portarla in ufficio, non sono ancora in età di pensione, non ho genitori a Milano a cui affidarla… Qualcuno sa suggerirmi come comportarmi?
Un amico mi ha consigliato di portarla a correre con me al mattino: per il resto della giornata se ne starà mezza addormentata fino al mio successivo arrivo. Ma temo che dopo le prime settimane sarò io quello a cadere sul letto sfiancato… E, considerati i bruschi stop&go delle passeggiate, se la portassi a correre probabilmente finirei a terra ogni pochi passi.
Sabato mattina, mentre completavo il mio allenamento di una decina di chilometri, pensavo ai concorrenti della HardRock 100.
Si tratta di una gara mitica che si svolge negli Stati Uniti. I trail americani, di solito, ci fanno ridere. Sono lunghi, alcuni hanno anche parecchio dislivello, ma nella gran parte sono privi di difficoltà tecniche.
Ci sono delle eccezioni e la HardRock è una di queste. 100 miglia, quindi 166 chilometri, e 10.000 metri di dislivello positivo. Ma quello che la rende davvero difficile è il fatto che si attraversano situazioni climatiche completamente opposte. Si parte nel caldo torrido e si arriva a colli dove c’è ancora la neve. I primi concorrenti arrivano dopo 25 ore di gara, il record, di poco sotto le 24, è di Kilian Jornet Burgada (sì, sempre lui) che l’aveva vinta nelle scorse tre edizioni.
Pensavo all’HardRock100 perché era partita la sera del venerdì e mentre io giravo tra la Montagnetta di San Siro e il cimitero di Musocco, loro stavano affrontando la seconda metà del percorso. Pensavo all’intervista a Kilian il giorno prima della partenza. Aveva detto alcune cose che mi avevano fatto riflettere. La prima, che lui si prepara a queste gare in circa una settimana (nel senso che è sempre in forma e dedica una settimana a fare lavori specifici rispetto all’evento). La seconda, che il giorno prima (mercoledì) era andato a fare un’uscita su un monte che voleva scalare. 60km con non so più quanto dislivello due giorni prima della gara! Certo che hanno una considerazione diversa delle distanze. La terza, quella che mi aveva colpito di più, è che nel 50% delle sue uscite deve rinunciare per motivi “esterni” (il meteo, le condizioni della montagna, la sua forma) e non prendersi troppi rischi.
Ecco, anche alla luce del mio post di lunedì scorso, credo che questa frase andrebbe scolpita. Kilian, una volta su due, rinuncia alla sua meta per non rischiare troppo.
Kilian Jornet Bourgada e Joe Grant all’HardRock100
La sera cerco i risultati e scopro che il campione catalano, al rientro alle gare dopo aver scalato l’Everest, al 70esimo miglio, uscendo da un nevaio, è scivolato e cadendo si è lussato una spalla. Ha corso così fino al primo ristoro dove si è fatto immobilizzare l’arto. Mancavano ancora 30 miglia, quasi 50 chilometri, e lui ha continuato in un testa a testa con Joe Grant. Le foto lo ritraggono sorridente mentre spinge con un solo bastoncino.
Mike Foote sarà l’ultimo a cedere e resterà indietro e Kilian, per la quarta volta consecutiva, sarà il primo a baciare il muflone disegnato sulla roccia, il simbolo della gara che segna il traguardo. Tutto lo sforzo per raggiungere questo obbiettivo è chiaramente visibile sul volto di Kilian e traspare nella voce delle interviste sulla linea del traguardo.
Ma forse la cosa più bella è il suo tweet a commento della gara. Una foto in bianco e nero e un “What a day!” (Che giornata!) prima di passare a ringraziare tutti gli HardRockers presenti (pubblico, organizzatori, volontari, concorrenti…)
What a day!
Thanks all Hardrockers (runners, crew, pacers, volunteers, orga…)
Photo by @BergGrand
C’è poco da fare. Kilian Jornet Burgada è un mito assoluto. Scia, corre, arrampica come un dio. Ma si comporta come un uomo, con le sue paure, le sue fragilità, che rendono ancora più grandi le imprese.
E mentre faticavo a chiudere il mio anello di corsa, mi chiedevo: “E’ Kilian il mio modello di atleta?”
La risposta è no. Io mi ispiro a Kilian, ma imito la tenacia di due ragazze di origini latine che da aprile ho spiato “allenarsi” al mattino presto sotto casa mia: corricchiano per 10 minuti, poi camminano facendo degli esercizi ginnici, poi riprendono a corricchiare. Il mio modello è la passione di un runner che incrocio spesso in Montagnetta. Avrà 75 anni, e corre con buona lena, poi si ferma a bere il caffè dopo la doccia con i suoi compagni di allenamento. Imparo l’organizzazione dai tanti amatori capaci di incastrare 50 minuti di ripetute tra lavoro e famiglia.
Quelli sono i miei modelli. Quelle sono le persone che fanno cose che potrei/dovrei fare anch’io.
La differenza tra mito e modello è proprio in questo. Il mito mi rende orgoglioso di essere un Uomo. Il modello è il traguardo che voglio raggiungere.