Tra realtà e immaginario

E’ tutto il weekend che non riesco a togliermi dalla testa un nome: Luca Borgoni.
E’, anzi era, un ragazzo di 22 anni di Torino.
Uno sportivo, figlio di sportivi, abituato ad esprimere il massimo.
Aveva consegnato la tesi di laurea (sugli effetti degli integratori naturali in quota) che avrebbe dovuto discutere nei prossimi giorni.

Sabato è andato a fare una corsa in montagna, ha partecipato al Cervino Vertical, 1000 metri di dislivello in poco meno di 4 km.
E’ andato bene. I genitori lo hanno festeggiato al traguardo.
Poi ha deciso che voleva tentare di salire più in alto, raggiungere quota 3800 della Capanna Carrel, il rifugio che è il punto di partenza della salita alla vetta.

Un gruppo di scalatori che procedevano sulla stessa via e che lui aveva superato, lo hanno visto cadere.
300 metri di volo.
Niente più laurea, niente più montagna, niente più snowboard…

Luca Borgoni
Luca Borgoni, una grande passione per la montagna

La corsa in montagna è la mia vera passione.
Amo perdermi tra quei giganti.
Amo percorrere i sentieri cercando la sintonia con la Natura.

Forse per questo la notizia mi ha tanto colpito.
O forse perché ho dei figli di poco più grandi.

Luca era sicuramente un atleta preparato, sia fisicamente, sia come esperienza.
Ma c’è qualcosa di sbagliato nella sua morte.
Aveva 22 anni, e come tutti noi seguiva le gesta di Kilian e degli altri campioni.
Magari è stato questo che lo ha tratto in inganno. Un misto di entusiasmo giovanile e mal interpretata epica dello skyrunning.

Proprio venerdì avevo visto “Cervino, la montagna del mondo”, il documentario realizzato da Nicolò Bongiorno sulla Gran Becca (ecco il link al sito della RAI – dura quasi un’ora).
E’ un tributo alla montagna nella ricorrenza dei 150 anni dalla prima ascensione (2016).
50 minuti di lento incedere nella storia. Compiacendosi in riprese e fotografie a scapito della fluidità del racconto.
Nicolò Bongiorno sale in vetta accompagnato da Marco Barmasse, guida alpina e padre del celebre Hervé.
E’ un uomo giovane e in discreta forma fisica, eppure dal suo procedere, dal fiatone che ha all’uscita dei passaggi chiave della via, si intuisce che non si tratta di una passeggiata.

Il pensiero mi andava alle splendide riprese del record di Kilian sul Cervino.
Sottolineata dalla musica ritmata, la corsa di Kiki in salita e, soprattutto, in discesa, fanno apparire quella stessa via un gioco.

Il cinema è finzione.
La televisione è finzione.
Persino i documentari scientifici, pur nell’intento di fare informazione, sono posticci.

Ma questo meccanismo non è chiaro ai più.
C’è ancora chi non capisce la differenza tra le messeinscena di Forum e le vere aule giudiziarie, tra Striscia la Notizia o le Iene e il telegiornale o Report (con tutti i dubbi di faziosità), tra la nostra vita e i film di Hollywood.

Chi produce spot commerciali o video promozionali dell’attività in montagna dovrebbe considerare questo elemento.
Kilian è il risultato di una vita passata in montagna a fare allenamenti che nessuno di noi saprebbe affrontare (oltre che di un innegabile talento genetico).
Non basta indossare le stesse scarpe che indossa lui per salire l’Everest o per correre sui ghiacciai senza sicurezza.
Ci vogliono occhio, gambe, e tanta tantissima esperienza.

Gli organizzatori delle gare in montagna sono bravi.
Sottolineano sempre l’importanza della preparazione, ricordano la necessità dell’attrezzatura completa, scelgono sempre la prudenza del percorso ridotto quando le condizioni meteo lo suggeriscono.

Le guide alpine sembrano eccedere in prudenza.
Ma in realtà sanno cosa fanno: preferiscono arrivare un’ora più tardi o addirittura rinunciare alla vetta, per ritornare sempre a casa.
Lo hanno imparato partecipando ai recuperi dei corpi di decine di vittime dell’imprudenza.

Lo fanno i professionisti.
Chi siamo noi per saperne di più?
Aver guardato qualche video o letto qualche libro ci ha trasformati in esperti?

Scusate, magari tutto questo c’entra poco con la corsa, ma come dicevo all’inzio è un pensiero che ho in testa da sabato.

Luca non ha colpe, e se anche ne avesse avute, ha pagato il prezzo più alto.

E non venite a dirmi che almeno è morto facendo quello che più amava.
Lui di certo avrebbe preferito poter continuare a farlo.

A Caccia di storie

Chi segue il mio blog ha ormai sentito fino alla nausea che mi sto preparando per la maratona di New York che si correrà a Novembre e che lo faccio all’interno del progetto 26 settimane per 26 miglia (#26W26M), nel quale raccolgo fondi per Emergency (che mi ha offerto il pettorale della gara).

Ma magari qualcuno non sa che non sarò solo in questo viaggio.

Ho colto l’occasione di una sgambata in compagnia per fare qualche domanda ad uno dei miei compagni.
Si tratta di Matteo Caccia, la voce di Pascal (che potete ascoltare dal lunedì al venerdì alle 22:30 su Rai Radio2).
Personalmente sono un fan di Matteo da molti anni. Le sue storie mi hanno fatto compagnia, mi hanno fatto ridere, sognare, riflettere. Hanno suscitato emozioni che è quello che una buona storia dovrebbe fare…

Allora Matteo, come ti è nata questa passione per le storie?
“Mia mamma dice che sono stato bravo a trasformare un difetto in un mestiere: essere troppo curioso. Sono sempre stato naturalmente attratto da quello che raccontano di sé le persone. E quando durante un programma radiofonico che si chiama “amnèsia” raccontavo una storia e ho iniziato a riceverne diverse dagli ascoltatori ho pensato che in quei racconti ci fosse del materiale molto interessante”.

Matteo Caccia
Matteo Caccia conduce su RAI Radio2 il programma Pascal

Tra le attività che fai c’è un happening che si chiama “Don’t tell my mom”, un evento in cui delle persone si ritrovano in un locale e raccontano una loro storia personale con un fattore in comune, deve trattare di qualcosa che non confideresti alla mamma di Matteo. Un’idea geniale per cui una volta al mese si riempie un locale sui Navigli a Milano e in alcune altre città italiane.
Come ti è venuta l’idea? E quanto è difficile far parlare una persona?
“Lavoro da anni con le storie delle persone in forma scritta, che racconto poi io restituisco alla radio con la mia voce, volevo capire che cosa sarebbe successo se le storie fossero state raccontate dalle persone e dalla loro viva voce.  Avevo bisogno di un luogo accogliente e che non intimorisse (non un teatro per intenderci), e ho iniziato ad invitare degli amici a raccontare intorno ad un tema largo ma chiaro “cose che a tua madre non racconteresti”, poi lentamente le persone hanno iniziato ad arrivare e proporsi con le proprie storie. Ormai sono 3 anni che accade il primo lunedì di ogni mese e le storie e il pubblico sono sempre di più”.

Ma quindi ciascuno di noi ha qualcosa di interessante da raccontare?
“Ciascuno di noi ha degli episodi che di per sé sono interessanti perché hanno segnato la nostra vita, nel bene, nel male, in maniera evidente e immediata o in modo lento e graduale, tutto sta nel riuscire ad individuare quei momenti e raccontare in maniera onesta e sincera”.

Stiamo correndo, quindi la domanda è d’obbligo. Come ti è scattata questa cosa del podismo?
“Il podismo è arrivato perché un ascoltatore del mio programma che lavora nel mondo della corsa mi ha sentito dire che la corsa era noiosissima, perché non c’era né un palla, né un pallone in ballo e mi ha detto “come faccio a farti cambiare idea?” e io gli ho risposto: mandami a fare una maratona. Dopo 4 mesi ero a New York”.

Matteo Caccia
Matteo Caccia tornerà a correre la New York City Marathon il prossimo Novembre

Beh, è stato un bel salto nel buio… e adesso a New York tornerai anche per sostenere Emergency.
A proposito nel sito di Rete del Dono (dove è possibile fare le donazioni a sostegno del progetto) hai scritto: “Quande finisce è un grande sollievo” Quindi per te correre è bello soprattutto quando non lo fai?
“No correre è bello soprattutto quando ho finito. Invidio molto quelli che provano piacere nell’atto della corsa. Per me che sono pigro ogni volta che penso di dovere fare un lungo di 30 km cerco una qualche scusa per non farlo, poi essendo metodico mi vesto, esco, e dopo 3 ore sono a casa felicissimo perché è finita!”

Come concili la corsa con la tua vita professionale e familiare?
“Non ho un lavoro che mi obbliga a stare in un posto da una certa ora ad un’altra, se guardo il calendario di questo anno da settembre da oggi non ho avuto una settimana uguale ad un’altra. Lavorare per conto proprio da una parte è un vantaggio dall’altra è un impedimento perché non sai mai quando hai veramente finito di lavorare e quando invece è meglio che continui. Quindi serve molta autodisciplina per dirsi “ora, ti fermi ed esci a correre per un’ora, poi ritorni e prosegui”.
Spesso anche nei fine settimana sono via per eventi, spettacoli, presentazioni o festival e quindi mi è capitato di correre un po’ dappertutto in Italia, domenica ad esempio ho fatto l’allenamento sullo splendido lungomare di Livorno ed ero felicissimo”.

Com’è il tuo rapporto con le gare?
“Della gara la cosa che mi interessa è il fatto che sia un obiettivo da raggiungere. In uno sport come questo in cui non puoi “vincere una gara” ma l’unica gara è contro di te, per me sapere di avere una data, mi aiuta a organizzare la tabella e darmi degli appuntamenti. Per il resto non amando luoghi troppo affollati o pieni di casino cerco di starci lontano. Detesto, ad esempio, lo speaker che alla partenza delle gare urla con la musica a palla”.

Un’ultima domanda, ho appena letto il tuo ultimo libro “Il silenzio coprì le sue tracce”, la storia di un uomo che abbandona la città per la montagna. La storia presenta molte sfaccettature e degli sviluppi inaspettati tanto che il libro si legge d’un fiato. Direi che è rappresentato il prepotente bisogno di un ritorno alla Natura.
Com’è nato il romanzo? Ti sei ispirato a qualche storia che avevi raccolto in giro o è tutta fantasia? Quanto c’è di autobiografico?
“Il romanzo è nato per una passione sfrenata per il lupo e per tutto quello che simboleggia, per la sua natura selvatica e lontana dall’uomo, per il suo vivere sociale in mezzo al branco, la storia ci è nata intorno. C’è poco di auto biografico se non il desiderio latente di avere silenzio intorno, e di stare in silenzio a lungo (e per uno che parla alla radio tutti i giorni per un’ora è una bella sfida)”.

Com’è il tuo rapporto con la Natura?
“Io son un cittadino, vivo a Milano da 22 anni, anche se vengo un paese di campagna.
La natura che vivo è il mio cane che dorme sul divano e l’erba da tagliare nella casa di campagna.
Poi c’è la natura a cui aspiro, quella che non è ne benigna né maligna, ma è la natura che fa il suo corso e si riprende qualsiasi cosa di cui l’uomo non curi più”.

E così è finita la chiacchierata (o almeno la parte pubblica di essa), ma c’è un’interessante seguito.
Se vi interessa, potete venire a sentire alcune storie di corsa a Bologna alla Repubblica delle Idee venerdì 16 giugno alle 14:30.
Il titolo è “Tre minuti al via”.
Ci sarà Matteo Caccia, ci sarò io e ci sarà Giovanni Storti.
Maggiori info a questo link

One billion rising

Belle.
Ballano con la loro sciarpa rossa.
Con la grazia naturale di chi fa una cosa importante in un modo semplice.

Le donne hanno la capacità di dire senza bisogno di parlare.
Basta un gesto, un silenzio, uno sguardo.

Sono un universo dal quale noi maschi a volte ci sentiamo esclusi.
Ma l’errore è voler per forza essere protagonisti.
Ci vuole rispetto e curiosità.

Ieri il mondo festeggiava la festa commerciale dell’amore.
Ieri un famosissimo campione dello sport [Oscar Pistorius, NdA] ha ucciso la fidanzata, diventando l’inquietante testimonial di una strage mondiale.
L’unica luce in una giornata così buia è stata quel brillare di un miliardo di sciarpe rosse.

One Billion Rising è stato un evento eccezionale.
La sfida era portare più donne possibile in piazza a ballare, per manifestare contro la più odiosa delle violenze.
Quella perpetrata nei confronti di chi si fida, di chi ti ama.

Nella civilissima Italia, un giorno sì e uno no, muore una donna per mano di un uomo che le è vicino: compagno, ex compagno, figlio, padre.
Una strage senza senso sia nei numeri che nella genesi.

Non voglio provare a spiegare un fenomeno che non capisco.
Voglio solo spendere questo mio piccolo spazio quotidiano per condannare senza dubbi, senza tentennamenti, chiunque alzi una mano per offendere.
E per manifestare il mio più totale appoggio e sostegno alle donne.

Che in fondo è sostenere noi stessi.
Le donne non sono “qualcosa d’altro” sono l’intera metà del genere umano.

Com’è possibile che non ci sentiamo
attaccati, violentati, uccisi,
ogni volta che attaccano, violentano o uccidono una donna?

Questo video è stato realizzato da alcuni ragazzi in South Africa dove Oscar Pistorius ha ucciso la fidanzata. Ragazzi e ragazze ballano, ovviamente, insieme.

PS: se volete saperne di più sulla canzone del primo video seguite questo link.

Riempire il silenzio

Dentro di me le parole s’intrecciano, si scontrano, si fanno verso, frase, grido.
Ma non trovano un pertugio per uscire, per far diminuire questa pressione interna, per restituirmi serenità.

Conosco la medicina, e nel week end sarò a faticar per monti, a cercare un nuovo equilibrio.

Ma mi sento in debito verso queste pagine bianche, verso gli occhi assetati, verso un impegno che sento preso.
Allora faccio ciò che mi vien meglio, rubacchio… ripropongo.

Il testo che segue è di un poeta russo, Sergej Aleksandrovic Esenin, e si chiama Confessioni di un teppista.
Una versione riadattata in musica è stata resa celebre da Angelo Branduardi e la trovate (cantata da lui) in fondo al mio post.

Ma leggete prima i versi originali.
Lentamente.
Come se voleste seguire il ritmo di un passo cadenzato su una strada polverosa.

...

Confessione di un teppista

E non tutti possono cadere come una mela
sui piedi degli altri.
Questa è la più grande confessione,
che mai teppista possa rivelarvi.

Io porto a bella posta la testa spettinata,
lume a petrolio sopra le mie spalle.
Mi piace illuminare nelle tenebre
l’autunno spoglio delle vostre anime.

E mi piace quando una sassaiola di insulti
mi vola contro, come grandine di rutilante bufera,
solo allora stringo più forte tra le mani
la bolla tremula dei miei capelli.

È così dolce allora ricordare
lo stagno erboso e il suono rauco dell’ontano,
che da qualche parte vivono per me padre e madre,
che se ne fregano di tutti i miei versi,
e che a loro sono caro come il campo e la carne,
come la pioggia fina che rende morbido il grano verde a primavera.
Con le loro forche verrebbero a infilzarvi
per ogni vostro grido scagliato contro di me.
Miei poveri, poveri contadini!
Voi, di sicuro, siete diventati brutti,
e temete ancora Dio e le viscere delle paludi.
O, almeno se poteste comprendere,
che vostro figlio in Russia
è il più grande tra i poeti!
Non vi si raggelava il cuore per lui,
quando le gambe nude
immergeva nelle pozzanghere autunnali?
Ora egli porta il cilindro
e calza scarpe di vernice.
Ma vive in lui ancora la bramosia
del monello di campagna.
Ad ogni mucca sull’insegna di macelleria
da lontano fa un inchino.
E incontrando i cocchieri in piazza,
ricorda l’odore del letame dei campi nativi,
ed è pronto a reggere la coda d’ogni cavallo,
come fosse uno strascico nuziale.

Amo la terra natia!
Amo molto la terra dei miei padri!
Anche con la sua tristezza di salice rugginoso.
Adoro i grugni infangati dei maiali
e nel silenzio della notte, la voce limpida dei rospi.
Sono teneramente malato di ricordi infantili,
sogno delle sere d’aprile la nebbia e l’umido.
Come per scaldarsi alle fiamme del tramonto
s’è accoccolato il nostro acero.
Ah, salendo sui suoi rami quante uova,
dai nidi ho rubato alle cornacchie!
È lo stesso d’un tempo, con la verde cima?
È sempre forte la sua corteccia come prima?
E tu, mio amato,
mio fedele cane pezzato?!
La vecchiaia ti ha reso rauco e cieco
vai per il cortile trascinando la coda penzolante,
e non senti più a fiuto dove sono portone e stalla.
O come mi è cara quella birichinata,
quando si rubava una crosta di pane alla mamma,
e a turno la mordevamo senza disgusto alcuno.

Io sono sempre lo stesso.
Con lo stesso cuore.
Simili a fiordalisi nella segale fioriscono gli occhi nel viso.
Srotolando stuoie d’oro di versi,
vorrei dirvi qualcosa di tenero.
Buona notte!
A voi tutti buona notte!
Più non tintinna nell’erba la falce dell’aurora…
Oggi avrei una gran voglia di pisciare
dalla mia finestra sulla luna.
Una luce blu, una luce così blu!
In così tanto blu anche morire non dispiace.

Non m’importa, se ho l’aria d’un cinico
che si è appeso una lanterna al sedere!
Mio buon vecchio e sfinito Pegaso,
M’occorre davvero il tuo trotto morbido?
Io sono venuto come un maestro severo,
a cantare e celebrare i topi.
Come un agosto, la mia testa,
versa vino di capelli in tempesta.

Voglio essere una gialla velatura
verso il paese per cui navighiamo.

Speranza, ultima dea

Ci vuole coraggio.
Coraggio e una grande determinazione.
Sposarsi dopo essere già stata sposata, con dei bambini che chiameranno papà due persone diverse, dopo esserti abituata a contare solo su te stessa e su quel risicato assegno mensile, sul quale sai che non puoi far di conto per le spese fisse, ma che accumuli per le emergenze, per evitare di doverlo richiamare.

Capisco le storie.
Sei giovane, hai voglia di divertirti e soprattutto bisogno di sentirti amata. Hai bisogno di sentire che la tua carne è viva. Non bastano le ore in palestra o la tranquillizzante immagine dello specchio. Vuoi sentire ancora la pelle d’oca quando ti accarezza. Però, per questo, basta una bella storia. Fatta di weekend al mare e qualche serata tirata un po’ più a lungo.

Ilaria appoggiò la matita sul tavolo della cucina, sciolse i capelli che fino a quel momento aveva tenuti raccolti sul capo e bevve un lungo sorso di tisana dalla tazza sbeccata che le teneva compagnia ogni sera.
“Ci vorrebbe qualcosa di più forte. Di alcolico” ma non aveva voglia di bere da sola.
La notizia che la sua amica Flavia le aveva dato quel pomeriggio l’aveva lasciata senza fiato.
Di gioia. E di paura. Perché Flavia sì e lei no?

matrimonio

Ci vuole coraggio.
Coraggio e una grande fede.
Fede nell’essere umano. Come fai a pensare a legarti in modo indissolubile ad un altro uomo, sapendo che la separazione sarà dolorosa? Come fai a dare al destino un’altra chance di farti a pezzi? Soffrirai tu e i tuoi figli. Magari soffrirà anche lui. Perché? Non sarebbe più facile fare una vacanza insieme? Provare a convivere per qualche mese o anno? Sposarsi vuol dire crederci. E lei non sapeva se aveva dentro ancora abbastanza fede.

Ci vuole coraggio.
Coraggio e una buona dose di incoscienza.
Magari qualcuno lo chiama amore. Dicono che renda ciechi. Davvero affideresti la vita dei tuoi figli e la tua, il mondo che così faticosamente hai messo insieme, ad un cieco?
Non sarebbe più facile scendere dalla macchina e prendere un treno? Sì, la macchina va dove vuoi tu, il treno più o meno nella direzione giusta… ma è molto meno rischioso. Soprattutto se si è ciechi!

Ilaria sentiva dentro a sè sensazioni diverse che montavano ad ondate.
Speranza, amore, gioia per la sua amica e per l’umanità intera. Senso di colpa, paura, insicurezza per sè stessa.
E poi le parti si invertivano e si preoccupava per la sua amica ed era fiera della fermezza che lei aveva raggiunto.

Non è una questione di trovare l’uomo giusto.
Così come non dipende dagli altri il lavoro che fai, o dai cibi della mensa se ingrassi o meno. Sei tu che comandi il gioco. Sei tu che fai funzionare o meno le cose.
Quindi solo a te stessa spetta decidere se cambiare vita o meno. Se unire la tua famiglia quasi completa alla sua solitudine.
Ma era pronta ad assumersi la responsabilità di una scelta così? Non era più facile tirare avanti e non scegliere?

Amica mia,
ho paura di questo sentimento che sembra spingerti ed animarti.
Ho paura del sorriso che vedo e sento quando mi parli dei tuoi progetti per il futuro. Ho paura per te e ho paura per me.
Temo con eguale intensità che tu sbagli e che tu abbia ragione.
Come ti ho scritto, ci vuole coraggio a fare un passo del genere. E dietro al coraggio una grande spinta. Sento in te questa forza e te la invidio. Ma è una forza che non potrai controllare sempre, devi solo accettarla ed usarla. Un po’ come quando usi le onde per surfare o il vento per far volare un aquilone.

Lasciò di nuovo cadere la matita, si alzò in piedi e si avvicinò alla finestra. Fuori la notte silenziosa e la nebbia che rendeva irreali i contorni degli alberi nel parco.
Il cane si avvicinò scodinzolando. “Non è ancora ora Fritz” gli disse. E poi pensò “Ma se non è ora adesso, fino a quando dovrò aspettare? Chi mi darà il segnale che lui è quello giusto?”

Tornò al tavolo e appallottolò la lettera.
Magari domani avrebbe chiamato Flavia e l’avrebbe invitata fuori a bere. Certe cose è meglio dirle a voce, non lasciarle scritte su un pezzo di carta.

Decise di cambiarsi e di fare una corsetta per cacciare quelle idee che la tormentavano dal pomeriggio.
“Andiamo Fritz, facciamo un giro un po’ più lungo oggi”.
Lui scosse il testone facendo volare la bava ogniddove. Lui sì che la capiva…

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani

Di natale, magari, ma che palle

Paolo percorreva velocemente corso Vercelli, rinchiuso nel suo cappotto. Il fiato formava nuvole di vapore che davano corpo alle luci delle luminarie.
Era di nuovo natale, il periodo che più odiava nell’anno.
La fretta, l’obbligo dei regali, l’ipocrisia delle cene in famiglia.

La colpa era sua. Gli altri stavano bene a natale. Si sentivano davvero più buoni.
Tocca inavvertitamente una signora che gli veniva incontro trasportando innumerevoli sacchetti di carta con marchi importanti sopra. Borbotta un “Mi scusi” a mezza voce e ne riceve in cambio uno sguardo assente. C’è gente con pacchi ognidove.
Paolo sperava solo di arrivare presto in fondo alla via. In fondo al mese. In fondo alla vita.

passanti natale

“E’ la classica depressione natalizia dei separati” – la mattina dopo, alla macchinetta del caffé, il suo collega e amico Filippo non aveva dubbi – “Ti manca una famiglia con cui festeggiare. La cosa migliore è farti una settimana di vacanza: a Sharm o Curma se vuoi fare il tamarro, in qualche località alternativa, tutta salute e attività fisica, se vuoi fare il figo”

E se Filippo avesse avuto ragione?
Paolo lo ascoltava, annuiva e rideva. Ed intanto pensava al fatto che ha bisogno di stare un po’ da solo.
Sarà una fuga. Ma la cosa che in questo momento gli mancava era di tararsi un po’. Di ritrovare il giusto equilibrio con se stesso. Insomma una bella vacanza, un trekking invernale con gli sci. Raggiungere un bivacco e passare lì la notte. Efanculoilnatale…

Però c’era quell’invito di Ilaria. Nulla di importante, un aperitivo natalizio con alcuni suoi amici. Di loro gli importava quasi niente, ma Ilaria l’aveva vista così poco nelle ultime settimane.
Aveva cercato di infittire i loro appuntamenti e lei si era ritratta nel suo guscio come fanno i paguri sulla battigia. Così aveva lasciato perdere. Non per cercare una nuova strategia, semplicemente perché non aveva energia per impegnarsi di più.
Poi lei lo aveva chiamato.

“Perché è sempre tutto così complicato? Perché le cose non vengono manifestate chiaramente? Cosa voleva lei da lui?”

Automaticamente Paolo si fermò a riflettere su cosa lui volesse da lei. Cosa cercasse.
Non di certo un’avventura e probabilmente neppure un nuovo matrimonio.
“Calore”, la parola gli era venuta fuori a voce alta, tanto che Filippo lo aveva guardato incuriosito e lui si era dovuto scusare.
In fondo la cosa di cui sentiva bisogno era un po’ di calore. Quello che deriva dal sapere di avere una persona cui raccontare cosa ti era capitato nella giornata. Quello che resta nel letto al mattino, dopo che ti sei svegliato in sua compagnia. Quello che ti senti dentro mentre la guardi scartare il semplice oggetto che tu avevi visto in una vetrina e avevi associato a lei.

No. Doveva essere colpa del natale.
Lui non era un romantico, anzi. Era pratico, calcolatore, decisamente freddo. Cos’era quello sproloquiare sul calore?
L’unico calore di cui sentiva la mancanza era un po’ di sesso ogni tanto. Niente di più.

Si rimise a lavorare per cacciare gli altri pensieri. In pausa pranzo scese in mensa con i colleghi.
Mentre entrava nella sala vide uscire Ilaria mescolata tra le ragazze del suo dipartimento. Avrebbe dovuto rispondere a quell’invito. Magari più tardi.
Appoggiò il vassoio con il pranzo sul tavolo e fece cadere il piccolo albero natalizio che addobbava ogni centro tavola facendo partire il jingle bells registrato.
Allora era una congiura!

Ma in fondo cosa gli costava fare un aperitivo? un’oretta e qualche sorriso. Niente complicazioni…
Cercò l’email di invito sull’iPhone e rispose:
“Ciao Ilaria, vengo molto volentieri, avevo proprio voglia di vederti. A domani”

Raddrizzò l’alberello di natale, cercando di fermare la musica.
Maledizione, avrebbe fischiettato Jingle Bells per tutta la giornata.
Ne era certo.

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani

Il mestiere di vivere

Mamma mia che freddo.
Fritz sembrava immune e zampettava tranquillo al suo fianco. Ma Ilaria si stringeva le braccia al petto cercando di trattenere quel po’ di calore che aveva dentro.
“Non posso ammalarmi – pensò – almeno non questa settimana”. Nel weekend sarebbe tornata a correre una maratona dopo quasi tre anni in cui non gareggiava. Ma i compagni di allenamento l’avevano coinvolta in questa trasferta pazza che culminava con la gara. Tre giorni in giro in auto per l’Italia…

Fritz si era fermato, annusava intorno cercando il posto che lo ispirasse di più.
Ilaria lo osservava nervosa e nonostante stesse spostando il peso da un piede all’altro, il freddo di quella notte le entrava dentro attraverso le suole delle scarpe.
Il cane iniziò a girare su se stesso e lei distolse lo sguardo, era convinta che Fritz si vergognasse, che se si sentiva osservato non riusciva a farla velocemente. E lei aveva fretta di ritornare nel calore della sua casa.

Central Park

Una macchina entrò a gran velocità nella stradina accanto al parco, i freni stridettero mentre si bloccava proprio davanti al suo portone.
La portierà si spalancò di colpo e dall’auto eruttarono all’unisono il ritmo sincopato di una musica e una ragazza che urlava tutta la sua rabbia verso il guidatore.
Si fermò, si girò un attimo tanto per gridare “Ma vattene a fare in culo, stronzo!” e, senza richiudere la portiera, la ragazza si avviò verso il portone. Solo allora Ilaria la riconobbe.

I capelli erano stati piegati in modo da sembrare ancora più corti ed avevano delle sfumature viola/azzurre; la bocca era marcata da un rossetto scuro, forse nero; la gonna era così corta che le gambe sembravano lunghissime, fasciate da un paio di leggins con disegni astratti. Trascinava la giacca quasi a terra, mentre cercava rabbiosamente nella borsetta le chiavi di casa.
Ad Ilaria sovvenne la bambina timida che si nascondeva dietro la vicina di casa nelle poche volte che si incrociavano sulle scale. Erano passati solo pochi anni, eppure guarda come si era trasformata.
Di riflesso iniziò a pensare a come fosse cambiata lei negli ultimi cinque anni.

Un brivido le salì lungo la schiena, non sapeva se fosse il freddo o l’improvvisa consapevolezza del Tempo.
Ricordava un vecchio proverbio che sua nonna citava sorridendo “Ad essere giovani si impara da vecchi”. Quel retrogusto amaro delle cose scivolate via. E sopra ogni altro pensiero, il figlio che aveva sempre pensato dovesse arrivare e che mai sarebbe arrivato.

Quasi avesse percepito il turbamento della sua amica, Fritz le trotterellò accanto e alzò il muso nero per osservarla.
“Che dici? Possiamo andare a casa ora?” si avviò verso il portone stringendosi nel cappotto. Le gambe intorpidite dal freddo e il passo reso incerto dalla patina di ghiaccio che faceva scrcchiolare la ghiaia del sentiero.

Si constrinse a pensare ai dettagli del viaggio che l’aspettava, a cosa doveva mettere in valigia, alle pratiche da concludere l’indomani in ufficio per non lasciare nulla in sospeso.
Era stata a lungo indecisa se invitare o meno Paolo. Non era un corridore, anzi lo aveva anche visto fumare, però era intrigata da quella strana storia che non si decideva a decollare. Forse avrebbe dovuto, ma ormai era troppo tardi. Un’altra occasione persa.

Decise di mettere in valigia anche quel vecchio libro che l’insegnante di lettere del liceo le aveva fatto amare, Il mestiere di vivere di Cesare Pavese.
Possedeva ancora la copia sulla quale aveva studiato trent’anni prima. Le pagine sgualcite dai tanti viaggi casa-scuola-casa. Le note a matita scritte sui margini bianchi, inframezzate da disegnini figli della noia e da nomi di vecchi amori.
E quella frase che l’aveva colpita così tanto, ricopiata sul frontespizio quasi fosse una dedica:
Tutto ciò che non bastiamo da soli a compiere, diminuisce la nostra libertà

Sarebbe diventato il motto della sua vita…

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani

Un padre fallito

Come ogni mercoledì, Paolo sedeva tra gli altri genitori sugli spalti della piscina, osservando Maia che instancabile inanellava vasche su vasche, sentendosi a disagio tra quegli sconosciuti di cui sentiva di non far parte.
Si chiedeva spesso cosa ci fosse di sbagliato in lui.

La loro separazione era stata civilissima, persino troppo.
Come tutti quelli che non riescono ad arrabbiarsi, lui e Patrizia avevano discusso in modo pacato e razionale come gestire quello che restava di un fidanzamento durato 8 anni e di un matrimonio lungo la metà.
E, oltre alla casa a Santa Margherita e le porcellane di Limoges, si erano divisi anche il tempo di Maia, dodici anni di energia pura, e come amava dire la sua ex moglie “l’unica cosa da salvare” del loro matrimonio.

Il mercoledì era di corvée. Usciva dal lavoro alle cinque meno un quarto, correva a recuperarla dopo il catechismo e la portava all’allenamento di nuoto. Due ore dopo la riportava sotto casa di Patrizia. Tutto qui.
E naturalmente c’era un weekend ogni due, da passare con quella piccola donna sconosciuta. Le prime volte era andato a prenderla il venerdì sera, quando ancora Patrizia usciva con il suo nuovo compagno. Poi loro si erano sposati e lui passava a prendere la figlia il sabato dopo la scuola e la riportava a casa domenica pomeriggio.
20 fine settimana all’anno. 20 domeniche in cui si sforzava di trovare sempre qualcosa di nuovo e di eccitante da fare, cercando di sopperire con le novità e le sorprese alla mancanza di dialogo con la figlia. Insomma era un padre fallito.

Gli altri genitori attorno a lui leggevano qualcosa sul tablet o chiacchieravano tra loro.
Lui si sentiva un pesce fuor d’acqua. Non riusciva a ricordare i nomi dei bambini e questo gli precludeva ogni conversazione con le altre persone. Una volta o due qualche mamma più gentile si era avvicinata per presentarsi. Ma lui non ci riusciva. Quando incominciavano a chiedergli come andava Maia a scuola o cosa pensasse di fare finita la terza media, lui si rendeva conto di quanto sua figlia fosse un’estranea per lui e questo lo faceva star male. Così la volta dopo si limitava ad un cenno del capo. Magari lo avrebbero considerato uno stronzo, ma era più forte di lui.

bimba che nuota sottacqua

L’allenatore a bordo vasca battendo le mani chiamò i ragazzi fuori dall’acqua.
Maia, senza rivolgergli uno sguardo, filò verso gli spogliatoi chiacchierando fitta con Virginia la sua migliore amica. Paolo aveva conosciuto la mamma di Virginia, una donna separata con la quale aveva anche fantasticato di uscire. Ma poi aveva rinunciato immaginando le complicazioni legate al rapporto tra le figlie.

S’incamminò verso l’uscita. Aveva il tempo di fumare una sigaretta prima che le ragazzine sciamassero verso casa.
Mentre passeggiava davanti alla biglietteria della piscina, il pensiero corse ad Ilaria e cercò di immaginarsi come si sarebbe sviluppata la loro relazione. Quella donna lo aveva incantato. Il suo essere schiva, l’aura di mistero che avvolgeva il suo passato e molte zone del suo presente. Voleva sapere tutto di lui e non gli diceva nulla di se.
Paolo si era aperto completamente con lei. Le aveva rivelato le sue intime paure, le debolezze che nascondeva a tutti. Le aveva raccontato della sua ex moglie, del loro rapporto gelido e cortese, della difficoltà di parlare con la figlia, di avere un rapporto con una ragazzina cui si sentiva quasi imposto.

Ed Ilaria prima lo ascoltava e poi lo metteva all’angolo con le sue domande. Era così abile ad insinuare il dubbio in ogni affermazione di Paolo. Ma era davvero proprio tutta di Patrizia la colpa del loro divorzio? Ma davvero Paolo amava Maia o tentava di sfuggire alle sue responsabilità? Ma era sicuro di volersi impegnare con lei?
Quando c’era Ilaria di mezzo, Paolo non era mai sicuro di nulla. E per uno come lui, abituato ad essere sempre certo delle proprie scelte, Ilaria era un fattore destabilizzante.

Eppure, l’amava così tanto…

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani

Back to Milano

Niccolò si sedette su una panchina nel parco dietro a Pagano.
Si sentiva un cretino.
E non perché stava fingendo di fare stretching da più di mezz’ora.

Era tornato dall’Australia ed era stato travolto da una ridda di emozioni contrastanti.

Milano lo aveva accolto bene. Quell’indifferenza che contraddistingue le grandi città era quello di cui aveva bisogno per rimettersi in equilibrio.
Troppo affetto, troppa attenzione, lo avrebbero fatto sentire a disagio.
Nella sua città poteva nascondersi dai vecchi amici e al tempo stesso ripercorrere all’indietro i passi della sua fuga.

Sua madre aveva riarredato per lui la vecchia cameretta. Aveva persino ritrovato i suoi vecchi libri, gli amori di gioventù (Philip Dick gli aveva fatto compagnia prima di diventare un autore di culto), la chitarra…
Con la scusa di cercare un lavoro, girava pigramente il quartiere e riconosceva le persone. Ma erano tutti cambiati, più vecchi. Il parroco non l’aveva riconosciuto, il suo migliore amico adesso aveva la pancia, una moglie e due bambini.
Lui si sentiva identico a come quando era andato via, possibile che gli altri fossero tutti così diversi? Gli sembrava di essere finito in un episodio di Ai confini della realtà: nel quartiere il tempo era passato più velocemente che per lui…

Un po’ alla volta aveva allargato il giro e aveva cercato le vecchie abitudini.
I locali dove faceva tardi con i compagni dell’università. Il negozio di dischi dove passava i sabato pomeriggio piovosi. L’Arena dove andava a correre con quelli della Pro Patria. L’alzaia e il Naviglio pavese che seguiva fino alla Certosa: la gita in bicicletta per il Lunedì di Pasquetta.
Tutto gli sembrava estraneo, lontano. Finché…

stretching al parco

Erano passati più di due anni dal suo ritorno in Italia e in quel periodo stava cercando un libro che ricordava di aver letto prima di laurearsi.
Dopo aver girato parecchie librerie lo aveva trovato al Libraccio di via Santa Tecla, tra i libri in offerta.
Era in fila alla cassa, dietro un signore che aveva acquistato un confanetto con tutte le opere di Verdi (che strano come certi particolari ti si fissino nella mente).
Lei era entrata sovrappensiero, aveva girato un po’ e poi si era fermata a sfogliare un libro con la copertina rovinata.

Non lo aveva visto.
D’improvviso la lentezza del commesso non era stata più un problema.
I ricordi tornavano vividi, come quando sorge il sole e la nebbia sui campi inizia a sfaldarsi.

Aveva puntato Ilaria fin dal primo anno di corso.
Le aveva fatto la corte come se fosse stata una delle gare cui partecipava. Conoscerla di persona era stato il primo successo, ottenere la sua attenzione e poi la fiducia, le tappe successive.
La storia aveva seguito il suo corso naturale. Niccolò imprimeva brusche accelerazioni alla relazione e lei seguiva più prudente.
Era stato così orgoglioso di chiederle di sposarsi da non notare la sua titubanza. Per lui esisteva solo il suo grande progetto e Ilaria non poteva non essere d’accordo.

Il giorno del matrimonio era stato come tagliare il traguardo.
Il rinfresco con gli amici erano la celebrazione della sua vittoria.
Il viaggio di nozze era stato il periodo di recupero post gara.

Ricordava con angoscia il giorno in cui erano tornati a casa dopo 10 giorni in un villaggio in Messico.
Aveva lasciato cadere i borsoni in entrata.
Ilaria era così felice di iniziare la nuova vita. Lui si sentiva svuotato.
L’unico pensiero era stato: “E adesso cosa faccio?”

Niccolò si rimise a correre.
Da quel pomeriggio al Libraccio si era messo in testa di ritrovare Ilaria.
Fortuna che c’era FaceBook. Aveva cercato vecchi amici comuni e attraverso loro l’aveva trovata, nonostante lei usasse un nomignolo e non il suo vero nome.
D’altronde anche lui preferiva restare nell’ombra, non le aveva neppure chiesto l’amicizia.
Leggeva tutto quello che scriveva e spiava le foto in cui appariva.
Aveva scoperto che era single, che non aveva figli, che viveva ancora a Milano in zona Pagano.

Niente da fare. Si rimise a camminare.
Per lui gambe e coscienza funzionavano in sincronia: se era bloccato dentro anche i piedi non giravano.

Aveva provato a consultare le vecchie pagine bianche a caccia di numero di telefono ed indirizzo. Ma non aveva avuto fortuna, nessuno le usava più.
Aveva pensato di scriverle un messaggio su FaceBook, qualcosa di intelligente e fulminante. Ma poi aveva sorriso alla stupida romanticheria della sua idea.
Così aveva iniziato a fare jogging nei parchi intorno a dove lei aveva detto di stare, sperando di incontrarla.

Chissà perché poi aveva così tanto bisogno di parlarle.
Probabilmente era quella sua mania di finire le cose. Di portare a termine le gare. Di dare un senso di completezza.
E la storia con Ilaria, risolta in una fuga, era stata come ritirarsi al primo ristoro.
Quella volta era ancora troppo giovane, non aveva capito.
Adesso che vedeva le cose da una certa distanza gli era chiaro che avrebbe dovuto rimettersi di nuovo con lei.

Sorrise tra se e se.
Chissà come sarebbe stata felice Ilaria!

Riprese a correre con foga.
Doveva essere felice!

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani

La fuga

Anche se la gara era appena iniziata, la voce dello speaker aveva una forza ed una tonalità degna della segnatura di un goal in una finale della coppa del mondo.

“And out they go, leaving the stadium after one lap.
Ten man fighting to get the head.
Among them Nik The Snake Parenti.
Will the local runner be able to compete against the strongest athletes of the country?”

In pochi mesi intorno a lui era cresciuto un tifo degno delle partite di rugby australiano.
Era arrivato a Bunbury per caso.
Una sera stava surfando sull’oceano a Biarritz in Francia e aveva incrociato una ragazza. Una faccia nuova, una biondina esile che cavalcava leggera le onde. Si chiamava Ana e veniva dalla Spagna.

Quella sera si era fermato con lei e i suoi amici sulla spiaggia. Avevano bevuto e mangiato delle salsicce bruciacchiate su un falò, discutendo di onde e di sogni. Il loro era di andare in Australia.
Così seguendoli si era trovato sulla Bells Beach e dopo un paio di settimane e una gigantesca litigata con Ana li aveva mollati e aveva iniziato a girare il paese.
Tornato sulla costa alla fine dell’estate, aveva scoperto che loro erano rientrati in Europa e lui aveva preferito cercarsi un lavoro.

La gara di oggi si preannunciava dura. Era la finale del campionato nazionale di corsa campestre. 8 chilometri (non si era ancora abituato a ragionare in miglia), partendo da dentro lo stadio, uscendo nel parco e percorrendo due volte un anello da due miglia prima di andare a tagliare il traguardo di nuovo nello stadio.
Incitato dalla folla era riuscito a tenere la corda in pista e restare con i primi, ma era fuori giri. Forse si era scaldato poco, forse l’aveva presa con troppa foga. Di fatto i polmoni gli bruciavano e il cuore batteva impazzito.
Però era davanti, nei cinque che facevano il ritmo.

Anche al campo di atletica era arrivato per caso.
Lo vedeva ogni giorno mentre andava a lavorare al bar. Così si era informato e aveva scoperto che poteva entrarci gratis.
Aveva deciso di riprendere a correre in modo da restare in forma durante l’inverno e per poter sfruttare la doccia calda. A casa sua c’era solo una piccola vasca nella quale faticava a lavarsi.
Era entrato in un team e, grazie ai tanti allenamenti fatti da ragazzino alla Pro Patria di Milano, presto aveva scoperto di essere tra i più veloci della sua categoria.
E dopo una trionfale serie di gare vinte, eccolo a disputare la finale.

Il biondino era l’osso duro.
Nik gareggiava così. Individuava l’atleta più forte e ingaggiava con lui un corpo a corpo furioso fatto di scatti e controscatti. Un braccio di ferro di forza pura. E quando arrivava in vista del traguardo scattava e lasciava sul posto l’avversario esausto: questo gli aveva guadagnato parecchie medaglie e il soprannome The Snake.

Usciti sullo sterrato il gruppetto si era ulteriormente assottigliato. I velocisti puri avevano ceduto e solo in tre continuavano ad imprimere alla corsa un ritmo forsennato.
Alla fine del primo giro erano rimasti in due, il biondino e lui. Nik attaccò di nuovo in salita, sentiva l’ansimare dell’avversario alle sue spalle, voleva liberarsene. C’era una curva secca e ne approfittò per verificare il suo vantaggio, una decina di metri, forse ce l’aveva fatta.
Ma sulla discesa successiva il biondino gli fu di nuovo addosso e lo infilò in uno slargo. Costretto a sua volta ad inseguire Nik si arrabbiò con se stesso.

corsa campestre

“Che cretino! Pensavo di avercela fatta e non sono ancora a metà gara. Mi sono preoccupato di come mi sentivo invece che continuare a spingere.”
Ecco di nuovo lo stadio, poco più di un giro di pista li separava dal traguardo.
Il biondo correva leggero e veloce, sembrava non far fatica, invece Nik ansimava pesantemente, le gambe erano di marmo ed ogni passo gli provocava una fitta al fegato.
Sentì crescere dentro di lui la rabbia. Abbassò la testa, spense il cervello, ignorò il dolore e la fatica e si mise in scia.

Dentro lo stadio la folla rumoreggiava. Il cronista gridava nel microfono ma le parole si confondevano nelle sue orecchie al fragore generale.
Ultima curva, rettilineo finale, meno di cento metri.
Smise di respirare adesso doveva solo correre. Affiancò la canotta biancoverde dell’avversario e continuò ad accelerare.
Ma non riusciva a superarlo. Venti metri, quindici, dieci, chiuse gli occhi tanto comunque aveva la vista offuscata e cercò di spingere un po’ di più.

Crollarono insieme oltre il filo di lana.
Tossendo ed ansimando, distesi a terra, si scambiarono una stretta di mano ed uno sguardo. Non sapevano ancora chi aveva vinto, ma entrambi sapevano di aver dato il massimo.
Ed era stata una grande gara.

Sul pullman che lo riportava a casa, Nik continuava a giocarellare con la medaglia.
I suoi lo avevano festeggiato come se avesse vinto, ma dentro di lui sentiva crescere quell’ansia che conosceva così bene.
Era una sensazione di insoddisfazione, di lavoro non finito. Sapeva che doveva andarsene da lì, dalla squadra, da Bunbury, dall’Australia.
Doveva cercare nuovi stimoli.

Era una vita che andava avanti così.
Aveva studiato chitarra classica al conservatorio e quando aveva capito che non poteva diventare un concertista aveva mollato.
Aveva convinto Ilaria ad uscire con lui, a fidanzarsi, a sposarsi e, dopo qualche mese, era fuggito.
Lo stesso valeva per il surf e per tutte le altre passioni che avevano costellato la sua esistenza.

Voleva essere il più bravo. Aveva necessità di essere il più bravo.
Nella corsa ci era quasi riuscito. In fondo correre era un modo di fuggire. Per questo gli veniva così bene, ma alla fine aveva fallito. Di nuovo.

E adesso doveva scappare…

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani