Breve storia d’amore e d’abbandono

Dopo il solito allenamento del martedì, con i capelli ancora umidi per la doccia e la camicia mezza fuori per la fretta, con un paio di amici abbiamo scaraventato le borse nei bagagliai delle auto e siamo andati a mangiare una pizza.
Le chiacchiere volavano leggere, le battute diventavano sempre più cattive con l’aumentare della birra in circolo.
Insomma un classico martedì post corsa.

E per l’ennesima volta ho mancato nei suoi confronti.
Ho preferito divertirmi con gli amici invece che fare attenzione a lei.
Lei che, pur entrata recentemente nella mia esistenza, ha saputo imporsi con gentilezza.
La sua leggerezza è diventata compagna di ogni mia ora di divertimento.
Il suo stile elegante ha dato colore alla mia vita.
Ed il suo supporto, costante e affidabile, ha – letteralmente – guidato ogni mio passo.

Eppure… ero riuscito a dimenticarmi di lei.
Abbandonarla in spogliatoio.

MizunoRider21.jpg

Cazzo.
Anni che frequento il XXV aprile, ed ancora mi capita di dimenticarmi qualcosa lì.
Che sia l’asciugamano o, come ieri, le Mizuno nuove, sta di fatto che al mattino dopo mi tocca tornare sui miei passi.
“Chi non ha testa ha gambe” recita un adagio delle mie parti.
E alla fin fine per un runner potrebbe persino non essere un male.

Scusate. Era una scemenza. Ma so che non sono il solo (e un po’ il pensiero mi consola).
Buona giornata e buon allenamento a tutti

PS ricordatevi di controllare la borsa PRIMA di essere a casa!

The running abroad series: Londra

Nelle ultime due settimane ho viaggiato parecchio.
Ecco alcuni brevi flash dalle città che ho visitato…

Corrono tutti.
Qui a Londra, intendo, tutti sembrano correre.

Non mi riferisco a quella frenesia dei milanesi, per cui inizi a sbuffare se il barista non ti chiede l’ordinazione un minuto dopo che hai varcato l’ingresso, oppure che ti fa fremere con il palmo della mano appoggiato sul clacson non appena la luce vrde si accende.
Qui a Londra no.
La gente è tranquilla, pronta a far code ordinate per qualunque cosa, dall’entrare al ristorante fino alla fermata del bus che non arriva.

Ma quando parlo del fatto che tutti corrono mi riferisco proprio alla moda del running.
Sabato pioveva eppure la Southbank del Tamigi o i sentieri lungo il Serpentine ad Hyde Park traboccavano di runners.
Mi superavano da dietro, mentre vagavo con la macchina fotografica al collo, o mi venivano incontro solitari o a gruppetti.

C’erano i soliti impallinati, tutto cronometri ed andature, ma la stragrande maggioranza erano joggers.
Procedevano tranquilli, senza parlare tra loro, direi anche affaticati, come se stessero pagando un tributo alla dea del fitness.
Tantissime donne, di ogni età e forma, tutte fasciate in completi perfetti. E questo stile impeccabile – devo dire – era condiviso anche dai rappresentanti maschili.
Fouseaux sgargianti all’ultima moda, scarpe fluorescenti, qualcuno osava la manica corta (persino la canottiera tra gli impallinati) ma la maggioranza preferiva la manica lunga della giacca della tuta.

E’ come se tenessero molto all’apparenza. Di certo spendono di più in sportswear che in vestiti normali (davvero i londinesi non brillano per eleganza: anzi quando si mettono in tiro per la sera riescono solo a mettere assieme in modo pacchiano dei capi improbabili). La sensazione è accentuata dal fatto che spesso vedi persone sedute al bar con scarpe e fouseaux da running che però sopra indossano un parka e magari fumano. Insomma qui l’abbigliamento sportivo è stato sdoganato come trendy anche da chi lo sport non lo pratica proprio.

Però, al netto di questi fenomeni di tendenza, rimane il fatto che a correre sono davvero tantissimi.
La conferma l’ho avuta anche domenica mattina quando da Trafalgar Square è partita la London Winter Run una 10K per raccogliere fondi per la ricerca contro il cancro.
Fin dal primo mattino avevo notato decine di persone, molte tra loro anziane e sovrappeso, confluire verso il cuore di Londra.
Alle 9:30 è partita la prima wave, e poi di seguito le altre. Alla fine erano diverse decine di migliaia.

London-Winter-Run
La partenza della London Winter Run 2018, domenica 4 febbraio a Trafalgar Square (ph. Franz Rossi)

Città bloccata ma festante.
Come al solito alcune persone erano vestite in costume, ho visto una renna di Babbo Natale correre fianco a fianco con un elfo, e persino qualcuno che vestito lo era davvero poco.
Faceva freddo, ma non mi stupivo tanto del coraggio dimostrato nel correre i dieci chilometri così scoperto, quanto dalla sua innegabile faccia tosta.

London-Winter-Run
Le mascotte della London Winter Run e la mise improbabile di uno dei concorrenti all’arrivo (ph Franz Rossi)

Correre e scorrere

Ho sempre amato correre in compagnia dell’acqua.
Che fosse il lungomare di Barcola a Trieste nella mia infanzia, o in vacanza sul lungolago di Bled o di Stresa, lungo la Drau, la Senna o il Reno, correre vicino ad un corso d’acqua mi ha sempre fatto sentire un po’ più sereno.

Quando sono a Milano corro lungo i Navigli.

Ieri sera, in compagnia degli amici di almosthere ASD, la mia società, sono andato ad allenarmi sul Naviglio Grande, quello che parte dalla Darsena e procede verso Ovest, in direzione Abbiategrasso e Turbigo fino a raggiungere il Ticino (da cui riceve le acque).
Era una sera d’inverno fredda ma non umida. La bruma, che abitualmente circonda il canale, aveva lasciato spazio ad un cielo limpido e senza stelle.

Naviglio Grande a Milano
Il fascino del Naviglio Grande di notte

Correvamo divisi in due formazioni, tra chi doveva fare delle ripetute e chi, come me, si limitava a mettere in cascina un po’ di chilometri a passo medio.

Quanto si chiacchiera in serate come queste!
Gli altri si chiedono come facciamo ad avere il fiato per parlare, io mi chiedo come facciamo, alla lunga, ad avere ancora cose da raccontarci.

Il percorso è segnato ogni 500 metri, ma nel buio si faticava ad individuare le scritte gialle sull’asfalto. Ma ho corso qui talmente tanto spesso che ormai conosco a memoria ogni metro.

I Navigli mi affascinano.
Sono delle vie d’acqua create in origine per far arrivare le merci dalle campagne nella città. Questo loro essere una strada le rende perfino più compatibili con il mio andare.

Così ieri riflettevo su come ci sia un legame tra il nostro correre e lo scorrere dell’acqua.
Quasi come se anche noi scorressimo assieme a lei.

Gli inglesi hanno una bella espressione che descrive questa sensazione.
Parlano di “to be in the flow”, letteralmente “essere nello scorrimento”, quando fai qualcosa in modo totalmente naturale ed inconscio, quando le sensazioni prendono il sopravvento sui pensieri, l’istinto sulla ragione.

E’ un attimo.
Poi torni a correre, a pestare i piedi sull’asfalto, a prestare attenzione alle chiacchiere di chi ti sta a fianco.

Ma per quell’attimo tu sei stato acqua.

Con lei sei scivolato lungo i fianchi erbosi del canale, sotto i ponti illuminati di Milano, in direzione del fiume e, più in là, del mare.
Ed il tempo è stato sospeso, non esisteva fatica, e tu eri un tutt’uno con il mondo.

Il danno è fatto!

Tre gennaio, pausa pranzo, Milano, campo XXV Aprile.
Ho appuntamento con Gianluca per una sgambata di inizio anno.
Non corro da un mese e un giorno. L’ultima volta era stata una passeggiata con i cani, ritmo blando, relax.

Dopo un mese di inattività la voglia è tornata, anche se sono dubbioso di cosa potrò fare.
Così ho deciso di prendere il toro per le corna e ho chiesto a Gianluca di accompagnarmi.

Mentre lo aspettavo davanti al campo sportivo ho riflettuto sulla tessera di ingresso del campo.
140 euro, un piccolo investimento paragonato ai due euro che costa l’ingresso singolo.

tessera

140 diviso 2: se penso di venire al campo più di 70 volte in questo 2018 conviene tesserarsi, altrimenti meglio pagare di volta in volta.

Mentre faccio questi calcoli inizio a pensare che prevedo di correre anche in montagna, che potrei infortunarmi e dovermi fermare per un mese, che in agosto non sarò mai a Milano…
Tutti buoni motivi per non fare questa benedetta tessera.

Poi la parte irrazionale prende il sopravvento, mi avvicino alla guardiola e (come tutti gli scorsi anni) rinnovo anche la tessera d’ingresso al campo.

Correndo con Gianluca mi scordo della mattinata al lavoro, mi scordo dei 140 euro, mi scordo persino che non sono allenato.

E allora, meglio così.
Il danno è fatto, vorrà dire che ammortizzare l’investimento sarà un motivo in più per venirsi ad allenare più spesso…

Si ricomincia!

#26W26M /3: la maratona

Quando ho provato a scrivere della trasferta nella Grande Mela, ho scoperto ben presto che avrei avuto bisogno di dividere il racconto a puntate.
Ecco la terza di quattro…

“Ecco qua, finalmente ci siamo” pensavo tra me mentre, mescolato agli altri concorrenti della seconda wave entravo nel corral blue sezione F.

Fa paura quanto bene siano organizzati.
D’altronde mettere su strada oltre 50mila persone non è compito da poco.

Eravamo partiti dall’albergo alle 5:45, il tragitto ci aveva impegnato per oltre un’ora durante la quale mi consolavo dicendo “meglio stare un’ora sul pullman che al freddo in strada”.
Poi i controlli di sicurezza, attraverso il metal detector; la divisione dagli amici (ognuno verso la sua area); la curiosità delle mille offerte pre-gara, dalle decine di bagni chimici ai donut, dalla pet therapy al thé caldo.
Dagli altoparlanti gli speaker continuavano a scandire gli eventi, invitando i concorrenti a procedere verso la partenza.
Avevo lasciato la sacca con le mie cose, avevo salutato gli amici, e adesso – da solo con i miei pensieri – attendevo di salire il ponte di Verrazzano.

L’aria era gravida di umidità, qualche goccia e soprattutto il vento freddo, mi avevano fatto optare per tenere addosso la vecchia tuta.
Procedevamo incolonnati, ed intanto spiavo i volti degli altri, ne ascoltavo le conversazioni.
“E’ la mia prima NewYork” “Beato te, sarai eccitatissimo”
Dagli altoparlanti si spandono le note di “God bless America” e poi l’inconfondibile voce di Frank Sinatra riempie l’aria di “New York, New York“.
La gente freme, canta, aspetta. I sorrisi sono tanti, ma hanno una fissità che tradisce l’emozione.

E finalmente, liberatorio, il colpo di cannone.

La fiumana umana invade il ponte. Ho la fortuna di correre nella parte superiore, da dove posso osservare la skyline che si confonde nella nebbia.
Mi sforzo di andare piano, di non farmi trascinare.
Gli altri, intorno a me, sembrano impazziti.

Una ragazza corre con un’enorme bandiera americana per la gioia dei fotografi ufficiali e delle decine di runner che si fermano per immortalare il momento con lo smart phone.
Vola veloce e bellissima, con la tela a stelle e strisce che la ammanta. La rivedrò al 35esimo chilometro, ancora di corsa, ancora al centro dell’attenzione.

Dopo il ponte, riceviamo il primo vero abbraccio della folla.
Gridano entusiasti, adulti e bambini, uomini e donne, di ogni colore.
Il tifo resterà una costante (a tratti quasi opprimente) per tutte le 26 miglia.

Colorato e festante.
Ti strappa un sorriso con cartelli buffi (“If Trump can run this country, you can run this marathon”, oppure l’inquietante “Free your nips” corredato di disegno di capezzoli insanguinati che propone di correre senza cerotti o l’immancabile “Toenails are for pussies“); ti sostiene con spicchi d’arancio, caramelle, persino fogli di carta Scottex; ti impedisce di fermarti, nelle ultime miglia gridano come ossessi “Push man, push. Now!”.

Cinque quartieri attraversati, cinque diverse tipologie di pubblico e tifo.
Dal silenzio degli ebrei ortodossi che quasi non ti guardano, alla caciara di Queens; dall’ululato costante della First Avenue all’affetto strabordante di Central Park.
Tante diversità, architettoniche, paesaggistiche, umane. Un unico obbiettivo: tu.

Non il runner generico, ma proprio tu.
Tu che in quel momento stai passando e magari mediti di camminare.
Tu, con il quale sono riusciti a creare un contatto occhio-occhio, e adesso vogliono trasmetterti la loro energia positiva.
Tu, che squadrano alla ricerca di un nome o di una nazionalità da urlare per incitarti.

Attorno al 15esimo miglio c’è il ristoro che precede il Quensoboro, cioè il ponte per antonomasia (qui lo chiamano semplicemente The Bridge).
I volontari urlano “Fuel for the Bridge, c’mon guys” e ti propongono acqua e sali.
E’ l’ultimo contatto con la gente oltre le transenne.
Per i successivi 1500 metri correrai nel silenzio ritmato dai passi degli altri maratoneti (o forse sarebbe giusto dire maratonandi!).
Fino alla discesa liberatoria.

Tutti dicono che la gara inizia da lì.
Io non ci credevo, ma è vero.
La First, eterna, con i suoi leggeri saliscendi cosicché apprezzi i quasi cinque chilometri ininterrotti di serpentone colorato.
Il Bronx e le sue band rumorosissime che ti lanciano finalmente verso il rientro a Manhattan.

almost a new york
Con i compagni di squadra, foto di rito davanti al laghetto di Central Park durante una sgambata mattutina

Central Park è salita.
Mi avevano detto che erano saliscendi, ma la verità è che è tutta un’unica erta.
Sai che stai arrivando, ma soffri.
Il conteggio in miglia che fino a quel momento ti ha aiutato (26 sono meno di 42) ti si rivolta contro e capisci che un miglio è molto (troppo) più lungo di un chilometro.
Faccio i conteggi a mente, ma arrotondo sempre per difetto e i cartelli chilometrici (30esimo, 35simo, 40esimo) sono sempre un po’ più in là di quanto mi aspettassi.

Finalmente riconosco l’ultima curva, quella che ho percorso ogni giorno nelle sgambate mattutine in Central Park.
Il cartello dice 800 metri che è un’eternità. Molto più di mezzo miglio (!)
Lì riconosco Alessandro, che era partito con il mio stesso obbiettivo cronometrico ma nella wave successiva, e che adesso mi sorpassa.
Mentalmente gli faccio i miei complimenti e un po’ lo mando a quel paese. Decido di allungare per stare con lui fino al traguardo ma è già avanti e non lo raggiungerò fino alla finish line.

Tutto il resto è un mix confuso.
Sorrisi increduli, volti tirati per la fatica o il dolore, freddo che ti penetra attraverso il telo termico mentre sei in coda verso la tua sacca.
Sto con Alessandro fino a quando lui ritira la sacca e procede verso l’albergo.
Io ho un pettorale più alto e devo continuare nel parco.

Tornando verso l’hotel scelgo un percorso diverso, sulla Columbus Avenue, lontano dalla massa dei corridori.
La gente mi guarda e mi sorride, io ricambio solo il sorriso degli altri maratoneti, quasi fossimo membri di un club esclusivo di 50mila membri.
Rifiuto i passaggi sui ciclotaxi e procedo verso l’Empire, verso la doccia calda, verso la birra gelata.

Ippolito mi attende nella hall.
Mi abbraccia e si complimenta.
Sa tutto, il mio tempo e quello degli altri.
E’ bello non dover spiegare la delusione di un crono troppo alto e di poter solo raccontare le belle emozioni che ti sono rimaste dentro.
A lui l’onere, dopo un mese di digiuno, di offrirmi la prima birra: il vero suggello, insieme alla medaglia, della mia New York City Marathon.

Da Trenno a Central Park

Domenica ultimo allenamento di rifinitura prima della partenza per New York.

Abbiamo partecipato al Trofeo Montestella, una sentitissima gara (ieri quasi mille arrivati nella prova agonistica e circa 400 nella non competitiva) che si corre in memoria di Cristina Lena una giovane e promettente atleta il cui sorriso aveva stregato tutto il mondo del running meneghino.

10 chilometri su strada, un giro di lancio nella pista di atletica dell’istituto omnicomprensivo di via Natta, poi veloci verso il parco di Trenno e ritorno alla partenza.
E’ una gara cui partecipano atleti molto forti (il primo arrivato, Ademe Cuneo, ha chiuso in 31’11”) ma anche molti di noi “amatori”, si corre sempre l’ultima domenica di Ottobre, quindi è la chiusura perfetta della tabella pre-maratona di New York.

Chi si prepara per la regina della distanze, si sgancia un po’ dalla realtà: quando indossi le scarpette non fai mai meno di una dozzina (meglio quindicina) di chilometri, quindi anch’io ieri mi sono trovato a fare un riscaldamento di oltre sei km prima di allinearmi sulla linea della partenza.
L’idea era di tenere un ritmo veloce ma non velocissimo (per me 5’00″/km) senza strafare.

Prima della partenza pensavo che la vera difficoltà sarebbe stata frenarmi, evitare di superare gli altri, e magari allungare negli ultimi due chilometri.
Invece, come al solito, la realtà è molto più crudele…

Trofeo Montestella
Patrizia ed io, immortalati dal grande Roberto Mandelli di Podisti.Net durante il riscaldamento…

Partiamo insieme ad un gruppo di compagni di squadra, ed in particolare io corro con Patrizia con la quale – teoricamente – dovrei correre la maratona.
Primo chilometro nel traffico della partenza (1000 persone in una pista d’atletica sono comunque una ressa) in poco meno di 5 minuti, al secondo chilometro un altro runner pesta la scarpa di Patrizia, novella Cenerentola, e gliela sfila. Ci fermiamo una 15ina di secondi, ma anche al passaggio del secondo chilometro misuriamo un 5′ scarso.

Poi finalmente prendiamo il passo regolare, sull’ampia strada che porta al parco.
Io fatico a tenere il ritmo, ho la sensazione di andare molto più veloce e sudo a profusione.
Patrizia corre leggera, ed ogni tanto si volta a cercarmi.

I cinque chilometri del giro del parco sono eterni, per me.
Evito di guardare il gps e vado a sensazione…
Poi si inizia la strada del ritorno e cerco solo di alzare lo sguardo, allargare le spalle, far girare le gambe, evitando di pensare al tempo finale.
Si rientra nella scuola, si percorre ancora una volta l’anello della pista e finalmente tagliamo assieme il traguardo.

Il mio crono dice 50’02”, quello di Patrizia 49’56”, il tempo ufficiale della classifica, ci aggiunge una decina di secondi.
Comunque, missione compiuta anche se con molta più fatica di quanto avrei voluto (e mi sarei aspettato).

Ancora due parole sul Trofeo Montestella.
Quest’anno hanno fatto fatica a trovare sponsor e hanno deciso, comunicandolo prima, di ridurre il costo dell’iscrizione a 10 euro e di non inserire nel pacco gara il classico capo tecnico.
Io ho apprezzato la decisione e la trasparenza.
Una bella gara, molto partecipata, organizzata bene (mancava solo l’acqua al ristoro finale)…
Hanno anche tentato di sistemare le cose, recuperando delle maglie tecniche di altre vecchie manifestazioni ed inserendole nel pacco gara (e questo forse l’avrei evitato: non è sempre vero che “piuttosto che niente è meglio piuttosto”).
In bocca al lupo agli organizzatori, si respira molta più gara di corsa in eventi come questo che la tanto paludata DeeJay10 dei grandi numeri!

E finalmente la luce fuori dal tunnel.

Ormai ci siamo.
La tabella questa settimana recita:
martedì: 15 risc + 25′ in progressione
giovedì: 40 minuti corsa lenta
sabato: 30 minuti corsa lenta a Central Park

Mercoledì voleremo a New York… e domenica sarà maratona.

La fornace

Adesso che ho ripreso a correre con regolarità (inserendo anche lavori specifici e non solamente correndo un’oretta con gli amici di quando in quando) ho riscoperto uno degli aspetti del running che mi ha appassionato di più.

C’è un meccanismo diabolico che riempie le pagine dei giornali e i post su FaceBook.
E’ amato da pochi e profondamente odiato dalla stragrande maggioranza degli umani.
Sovraintende e regola il rapporto tra carburante a disposizione e carburante messo a deposito…

Insomma, sto parlando del metabolismo.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Appena la bilancia ci sbatte in faccia l’evidenza (e per chi non usa l’odioso strumento, saranno i jeans a fungere da ambasciatore), iniziamo subito ad inanellare una serie di motivazioni standard.
I più grezzi diranno “Ho le ossa grosse”, ma quelli più preparati si giustificheranno incolpando il padre di tutte le adipi “Ho il metabolismo rallentato”, o la variante per i diversamente giovani “con l’età il metabolismo rallenta”

t-shirt buffe
L’ossessione dei runners per il cibo è evidente anche dalle magliette che indossano…

L’attività fisica regolare rimette in moto questo meccanismo, che – in soldoni – è piuttosto semplice.
Il corpo si trova di fronte ad un bivio.
Se ci considera pigri, se non ritiene che dobbiamo avere energia sempre a disposizione, si crea delle scorte e trasforma quello che mangiamo in grassi.
Se invece sa che bruciamo regolarmente parecchio, tiene l’energia a disposizione e brucia la maggior parte di quello che mangiamo.

Ovviamente non basta passeggiare con il cane per 30 minuti al giorno, bisogna camminare veloci, fino a quando il respiro è corto.
Oppure correre.

La corsa ci trasforma in fornaci dove tutto ciò che mangiamo diventa energia.
Il bello è che più si mangia e meno si ingrassa.
Se prima bisognava far attenzione al piatto di pasta alla sera, adesso è l’opposto bisogna ricordarsi di mangiare di tutto.
Carboidrati, proteine, grassi.

t-shirt buffe
Ovviamente per cibo si intende ogni nutriente solido e LIQUIDO

Il mio non è un incitamento a strafogarsi di cibo ma un sospiro di sollievo per essermi liberato dalla costante preoccupazione di limitarmi.

Ovviamente c’è il rovescio della medaglia.
Il metabolismo attivo funziona e continua a funzionare anche quando smettiamo di correre.
Ma solo per un po’…

Dopo qualche settimana si placherà e a noi rimarrà solo la sensazione di poter mangiare qualunque cosa.
E gli effetti appariranno immediatamente attorno al girovita.

Ma per adesso sfrutto il momento.
E visto che è quasi mezzogiorno mentre scrivo queste poche righe… buon pranzo a tutti!

La volpe, l’uva e la Grande Mela

E’ da quando ho deciso di lanciarmi in questo progetto, #26W26M, che ho in mente un argomento spinoso.

Io sono uno di quegli snob di sinistra, quelli che ci godono ad essere disallineati, fuori dal coro.
Quelli che si definivano, con parola ormai fuori moda, “alternativi“.
Non leggo il best seller, non vado a vedere il cinepanettone, rifuggo le località di vacanza alla moda.
E sono sempre stato un po’ (stupidamente) orgoglioso di questo mio essere fuori dal coro.

Poi, invecchiando, mi sono reso conto che alla fine passiamo un po’ tutti sotto gli stessi ponti, finiamo per omologarci (magari nel voler essere per forza “diversi”), e ho finalmente capito che non c’è alcuna differenza tra quelli che comprano tutti lo stesso prodotto perché va di moda e quelli che NON lo comprano per lo stesso motivo.

Le cose bisogna provarle, e solo dopo decidere se valga o meno la pena di viverle.

Questa lunga premessa per dire che, appena ho iniziato a correre le maratone, sono stato (come tutti) oggetto della classica domanda: “E New York? L’hai fatta New York?”
Da bravo dissidente della corsa ho subito chiarito che non l’avevo fatta e non mi interessava farla.
Infilarsi in un serpentone umano, aspettare sei ore di partire, fare la coda per uscire dal percorso di gara, pagare il pettorale 10 volte tanto quelli nostrani… non faceva per me.
E quando sentivo i racconti entusiasti degli amici di ritorno dagli States, sorridevo con un’aria di (quasi) superiorità.

volpe
La volpe e l’uva secondo Zerocalcare (un grande)!

Poi, come dicevo, mi sono ravveduto.
Ho iniziato a pensare che almeno una volta l’avrei dovuta correre… ma nel frattempo avevo lasciato la strada per la montagna, l’asfalto per i sentieri, e la mia New York era Chamonix (con il suo UTMB, che è l’equivalente di NY nel mondo del trail).
Finalmente, un paio d’anni fa, ho incrociato almostthere (che adesso è la società per cui corro) e il suo modo “alternativo” di vivere la maratona della Grande Mela: un gruppo di amici, un’agenda di attiività che va dalla visita al MoMa all’allenamento collettivo… così ho cominciato a pensarci e a voler prender parte a questo evento.
Il resto è storia: il pettorale di Emergency e la voglia di ritornare ad impegnarsi sulla distanza regina.
26 settimane per coronare il sogno di tagliare il traguardo a Central Park.

Parto per la Grande Mela, trepidante come un ragazzino al suo primo appuntamento (o un runner alla prima maratona).
E lascio a casa la mia vecchia amica volpe che disprezza l’uva che non può raggiungere.

Stamattina, facendo la mia ora di corsa lenta collinare (tutti mi dicono che NY è una maratona muscolare!), sono stato preso persino dalla paura di non farcela.
Ora, se non è rispetto questo!!!

Ben venga New York, dunque.
Mancano solo 9 delle 26 settimane iniziali, e un piccolo brivido possiamo permettercelo.

PS stesso titolo di questo blog ha anche un intero capitolo del mio terzo libro: Niente panico si continua a correre

All’inferno e ritorno

Correndo mi vengono le idee per il blog.
Venerdì sera avevo in tabella un 10 km lento.
Faceva caldo, ma i nuvoloni all’orizzonte e un leggero vento annunciavano pioggia.

Parto a ritmo tranquillo.
Ho imparato che se non mi riscaldo lentissimamente poi pago.
Decido per il percorso intorno al cimitero: vicino a casa, non troppo trafficato, un anello da 3420 metri (ah, la precisione di noi runner) da ripetere a piacere…

Dopo 10 minuti sono sudatissimo, tanto che appena giro un angolo e trovo il vento in faccia ho persino un brivido per la canotta gelata sullo stomaco.

Faccio fatica.
Una fatica ingiustificata per il ritmo che sto tenendo (più vicino ai 6’/km che ai 5’/km).
Mi viene voglia di mollare tutto e tornare a casa.
Ma sono nel punto più lontano dell’anello, tanto vale proseguire…

Inizia a piovere.
E io mi sblocco.
Le gambe girano bene.
Il respiro non è affaticato.

Guardo il gps e viaggio a 5’35” senza fatica.
Non saranno velocità da sogno, ma per il mio lento va più che bene.
Svolto l’angolo e affronto un altro giro.

La sensazione di benessere cresce.
Il gps ora indica 5’20″/km e continuo a non far fatica.
Mi obbligo, prudentemente, a rallentare di una decina di secondi al chilometro.

Ed intanto penso a quanto poco ci voglia per passare dall’Inferno al Paradiso.
Di come siano vicini i momenti in cui pensi solo a mollare e quelli che ti fanno sentire un semidio della corsa.

Basta davvero poco.
Tenere 500 mt in più.
Non mollare di testa, anche quando le gambe ti hanno mollato.

Il viaggio all’Inferno e ritorno è una costante negli allenamenti.
E a ben pensarci è anche quello che sto facendo per questo progetto #26W26M.
In ventisei settimane, devo passare dal punto più basso della mia storia podistica a correre la maratona.

Venerdì ce l’ho fatta.
Ma il viaggio è ancora lungo, entro oggi nella settimana numero 12, non sono ancora a metà preparazione.
Speriamo bene per le prossime tappe.

Tra realtà e immaginario

E’ tutto il weekend che non riesco a togliermi dalla testa un nome: Luca Borgoni.
E’, anzi era, un ragazzo di 22 anni di Torino.
Uno sportivo, figlio di sportivi, abituato ad esprimere il massimo.
Aveva consegnato la tesi di laurea (sugli effetti degli integratori naturali in quota) che avrebbe dovuto discutere nei prossimi giorni.

Sabato è andato a fare una corsa in montagna, ha partecipato al Cervino Vertical, 1000 metri di dislivello in poco meno di 4 km.
E’ andato bene. I genitori lo hanno festeggiato al traguardo.
Poi ha deciso che voleva tentare di salire più in alto, raggiungere quota 3800 della Capanna Carrel, il rifugio che è il punto di partenza della salita alla vetta.

Un gruppo di scalatori che procedevano sulla stessa via e che lui aveva superato, lo hanno visto cadere.
300 metri di volo.
Niente più laurea, niente più montagna, niente più snowboard…

Luca Borgoni
Luca Borgoni, una grande passione per la montagna

La corsa in montagna è la mia vera passione.
Amo perdermi tra quei giganti.
Amo percorrere i sentieri cercando la sintonia con la Natura.

Forse per questo la notizia mi ha tanto colpito.
O forse perché ho dei figli di poco più grandi.

Luca era sicuramente un atleta preparato, sia fisicamente, sia come esperienza.
Ma c’è qualcosa di sbagliato nella sua morte.
Aveva 22 anni, e come tutti noi seguiva le gesta di Kilian e degli altri campioni.
Magari è stato questo che lo ha tratto in inganno. Un misto di entusiasmo giovanile e mal interpretata epica dello skyrunning.

Proprio venerdì avevo visto “Cervino, la montagna del mondo”, il documentario realizzato da Nicolò Bongiorno sulla Gran Becca (ecco il link al sito della RAI – dura quasi un’ora).
E’ un tributo alla montagna nella ricorrenza dei 150 anni dalla prima ascensione (2016).
50 minuti di lento incedere nella storia. Compiacendosi in riprese e fotografie a scapito della fluidità del racconto.
Nicolò Bongiorno sale in vetta accompagnato da Marco Barmasse, guida alpina e padre del celebre Hervé.
E’ un uomo giovane e in discreta forma fisica, eppure dal suo procedere, dal fiatone che ha all’uscita dei passaggi chiave della via, si intuisce che non si tratta di una passeggiata.

Il pensiero mi andava alle splendide riprese del record di Kilian sul Cervino.
Sottolineata dalla musica ritmata, la corsa di Kiki in salita e, soprattutto, in discesa, fanno apparire quella stessa via un gioco.

Il cinema è finzione.
La televisione è finzione.
Persino i documentari scientifici, pur nell’intento di fare informazione, sono posticci.

Ma questo meccanismo non è chiaro ai più.
C’è ancora chi non capisce la differenza tra le messeinscena di Forum e le vere aule giudiziarie, tra Striscia la Notizia o le Iene e il telegiornale o Report (con tutti i dubbi di faziosità), tra la nostra vita e i film di Hollywood.

Chi produce spot commerciali o video promozionali dell’attività in montagna dovrebbe considerare questo elemento.
Kilian è il risultato di una vita passata in montagna a fare allenamenti che nessuno di noi saprebbe affrontare (oltre che di un innegabile talento genetico).
Non basta indossare le stesse scarpe che indossa lui per salire l’Everest o per correre sui ghiacciai senza sicurezza.
Ci vogliono occhio, gambe, e tanta tantissima esperienza.

Gli organizzatori delle gare in montagna sono bravi.
Sottolineano sempre l’importanza della preparazione, ricordano la necessità dell’attrezzatura completa, scelgono sempre la prudenza del percorso ridotto quando le condizioni meteo lo suggeriscono.

Le guide alpine sembrano eccedere in prudenza.
Ma in realtà sanno cosa fanno: preferiscono arrivare un’ora più tardi o addirittura rinunciare alla vetta, per ritornare sempre a casa.
Lo hanno imparato partecipando ai recuperi dei corpi di decine di vittime dell’imprudenza.

Lo fanno i professionisti.
Chi siamo noi per saperne di più?
Aver guardato qualche video o letto qualche libro ci ha trasformati in esperti?

Scusate, magari tutto questo c’entra poco con la corsa, ma come dicevo all’inzio è un pensiero che ho in testa da sabato.

Luca non ha colpe, e se anche ne avesse avute, ha pagato il prezzo più alto.

E non venite a dirmi che almeno è morto facendo quello che più amava.
Lui di certo avrebbe preferito poter continuare a farlo.