Di biciclette, libertà e politica

Finita l’estate si ritorna alla routine lavorativa che per me prevede, tra le altre cose, passare sovente da Milano.

Amo questa città, la sua energia, la sua voglia di rinnovarsi che l’ha portata ad essere la città più moderna del nostro Paese.
Milano è all’avanguardia in molte cose, e tra queste la mobilità 2.0.
Trasporti pubblici efficaci e sistemi alternativi moderni: car sharing e bike sharing.

Correndo all’alba mi capita spesso di vedere le biciclette delle varie compagnie nei luoghi che frequento di più.
Ci sono tre società che offrono il servizio, BikeMi (la prima arrivata, con le biciclette gialle e il simbolo del Comune di Milano sul parafango), Mobike (biciclette avvenieristiche, alluminio e plastica arancione, compatte e con una serie di accorgimenti tecnologici innovativi) e OFO (biciclette sempre gialle ma dalla forma classica).

Diverso anche il modo d’utilizzo.
Le BikeMi (previo pagamento di un abbonamento annuale) vanno prelevate nelle apposite rastrelliere e lasciate nelle rastrelliere. C’è un’app (ormai c’è un’app per ogni cosa) che ti dice dove sono le rastrelliere con bici a disposizione (o posti bici vuoti dove riportarla) più vicine a te.

Le altre due, invece, prevedono di prendere la bicicletta a te più vicina (attraverso un’app che ti segnala la posizione) e di lasciarle dove smetti di utilizzarle (stile car sharing, per intenderci).

A fondamentale parità di costi (forse un po’ più caro il primo) il modello di business vincente sembrerebbe essere il secondo: maggiore libertà (trovi  le bici più vicino a te e le lasci dove vuoi) e costi minori. Successo garantito!

Ed invece no.
Nel lungo periodo a vincere è la BikeMi.
Quello che nessuno aveva previsto è il degrado del senso civico (persino nella civilissima Milano).

Le persone che usano le biciclette di Mobike e Ofo non rispettano le minime regole del buon senso.
C’è chi, una volta arrivato sotto casa, lega la bicicletta al palo o la mette dentro un cortile privato (rendendola inaccessibile al prossimo utente ma garantendosi di trovarla al mattino dopo).
C’è chi ruba la bicicletta non per usarla ma per compiere uno scherzo (appenderla ad un albero, gettarla nel Naviglio, imbrattarla con una vernice colorata).

Sembra così stupido: danneggi un servizio che è comodo a tutti. Ottieni un divertimento cretino per 5 minuti e, di fatto, rompi le scatole agli altri possibili utenti.
E’ la stessa miopia di quel marito che si evirò per fare un dispetto alla moglie.

Così Ofo e Mobike faticano a stare in piedi, mentre la più rigida BikeMI (che ha anche il deterrente che dal momento in cui stacchi la bici dalla rastrelliera a quando la riporti c’è un tassametro che corre e una tariffa che viene addebitata sulla tua carta di credito) spopola.

La regola che se ne deduce è che non siamo fatti per essere lasciati liberi.

Naturalmente il pensiero si allarga.
La totale mancanza di senso civico (che poi è senso della comunità) ha fatto sì che arrivassimo alla attuale situazione politica, dove si risponde alle domande per l’immediato e si dimentica la progettualità per il futuro.
Dove si premiano gli interessi dei singoli a discapito del bene comune.

Non è complicato da capire che, in una società complessa come quella umana, badare costantemente ed esclusivamente al proprio orticello significa che oggi e magari domani otterremo dei piccoli benefici, ma dopodomani perderemo tutto.

L’individualismo sfrenato ha raggiunto il suo apice.
Una volta si premiavano i singoli che si mettevano in luce (si parlava di persone egregie che viene dal latino, ex gregis, che escono dal gregge).
Oggi, per non scontentare nessuno, celebriamo con  falsi premi (i like su FaceBook, ad esempio) tutti quanti indistintamente, a prescindere dal loro valore.
E’ il trionfo della quantità sulla qualità, della massa sull’eccellenza.

Così il barista si sente in diritto di bacchettare il Ministro dell’Economia, l’impiegato spiega al chirurgo come operare, e tutti insieme critichiamo l’allenatore della Nazionale di volley (gioco che fino a ieri nessuno calcolava) per le scelte tecniche.

Siamo fatti così.
Quando noleggiamo le biciclette e quando andiamo a votare.

La politica dovrebbe aiutarci a migliorare, ma è molto più facile istigare i nostri istinti più bassi alla ricerca di un facile consenso e, incassati i voti necessari, consegnare ai nostri figli una situazione peggiore di quella attuale.

Va beh, chiedo scusa, mi sono fatto prendere la mano.
Meglio finire il mio giretto di corsa…

Quasi un trail…

“Sapessi com’è strano / correre di notte / a Milano…”

Sono un orgoglioso membro di una ASD (Associazione Sportiva Dilettantistica) che si chiama almosthere, sponsorizzata e sostenuta da una SRL (Società a Responsabilità Limitata) che si chiama almostthere.

Se siete anglofoni o anglofili i nomi vi piaceranno da matti.

Almost There è usato nelle gare per incitare i maratoneti e può essere tradotto in “ci sei quasi!”, ma il suo significato si declina in vari modi. “Quasi lì” sottende alla pulsione, innata nell’essere umano, verso il raggiungimento dei propri limiti. E’ un inno all'”andar oltre”.

Almost Here (“quasi qui”) è stato il nome che abbiamo deciso di dare all’associazione sportiva un po’ perché richiama il nome della società madre, un po’ perché gioca sul fatto che cerchiamo di attrarre a noi e al nostro modo di vivere lo sport altri amici, un po’ perché ogni traguardo (there) è anche una linea di partenza (here) per nuove avventure.

A questo punto, dalle cervellotiche spiegazioni di cui sopra, avrete capito che siamo un po’ malati e che con le parole amiamo giocare.

La controprova l’abbiamo avuta con un amico romano che quando ha voluto tradurre il nostro “almostthere” in italiano, ha usato un proverbio romanesco “te mancano sempre do sordi pe fa ‘na lira”.
Traduzione ineccepibile seppur meno epica.

trail running

Comunque, tutto questo lungo prologo per raccontarvi di una nuova avventura che prenderà il via il prossimo weekend.
Si chiama Una settimana di corsa e prevede 4 appuntamenti per vivere la corsa in 4 modi diversi (un 4×4, insomma).
Un modo divertente di provare ad assaggiare diversi modi di interpretare il running.

Si parte il 29 settembre con track&friends (gare in pista dai 1500 ai 5000 aperte a tutti).
Si prosegue il mercoledì 3 ottobre con il nighttrail (di questo vi parlo qui sotto)
Il venerdì è dedicato a milano loves you run (un’uscita all’alba a passo libero per raccogliere fondi per la LILT)
E si conclude sabato 6 ottobre con la celeberrima thirty training (un lunghissimo pre maratona, 33km da Pavia a Milano)

Volete maggiori info? Seguite almostthere su FaceBook (ecco il link).

Ma io volevo parlarvi del NIGHTTRAIL.
Ho sempre osteggiato gli urban trail, che considero un paradosso. O sei urban o sei trail.
Ma qui siamo riusciti, se non a portare il trail in città, almeno a ricreare quel senso giocoso di libertà propria del trail.
(In effetti io l’avrei chiamato almosttrail invece che nighttrail, ma poi mi avrebbero menato quelli del marketing!)

E’ una gara-non gara.
7 chilometri e 49 mt D+, quindi più un cross che un trail, ma con un percorso che mette alla prova.
Si aggiunga che si parte alle 21 (la frontale è l’unico materiale obbligatorio), che si corre sul wildside del Monte Stella, cioé fuori dai sentieri classici della nostra amata Montagnetta, e che tutto è (dis)organizzato in modo scientificamente caotico in modo da non dare indicazioni alle persone fino all’ultimo…
Non promettiamo nulla, ne’ ristoro ne’ premi.
Come detto, non è una gara, è solo un modo di provare a correre in modo selvaggio.
E di divertirsi…

Costa 10 euro la singola gara oppure 40 euro se si partecipa a tutta la settimana di corsa.
Per iscrivervi andate qui.

Io mercoledì prossimo (non oggi, ma il 3 ottobre) sarò lì.
Voi fateci un pensierino…

Il sapore della fatica

Ieri sono tornato a correre.
Intendiamoci, non ho mai smesso veramente, due o tre volte alla settimana uscivo, da solo o con gli amici, per una decina di chilometri, magari anche tirati.

Ma ieri sono tornato ad assaporare il sapore metallico della fatica.

La temperatura era di un paio di gradi sotto lo zero, per cui mi ero coperto bene: pantaloni e maglia pesante, guanti e buff. Ho incrociato Max e Nik e siamo partiti.
Fin da subito le gambe giravano. Ci siano bevuti la prima salitina, ogni rettifilo era l’occasione per allungare la falcata, e ad ogni  attraversamento acceleravamo per prendere il semaforo verde. Così arrivati al parco di Trenno, che con il suo giro da 4 km rappresenta la parte centrale del percorso, praticamente si volava.

L’aria fredda che respiravo mi ghiacciava i polmoni. Mi obbligavo ad inspirare attraverso il naso per scaldarla un po’ prima che raggiungesse gli alveoli.

runner in inverno

Ma era così bello. Così rigenerante.

Passando davanti a San Siro le gambe erano ormai appesantite dall’acido lattico.
Era un ritmo a cui non ero più abituato, ma non volevo mollare gli amici.
Così ho provato ad ignorare tutto, ad allungare ancora, e sul viale intorno al trotter (non so perché ma vado sempre più veloce in quel tratto) ho tenuto botta.
Quando hanno  proposto di aggiungere il “giro dei palazzoni” un po’ per superare quota 10 chilometri mi sono lasciato convincere.

E la sera a casa, seduto al tavolo della cucina, mettevo giù queste due righe per celebrare il piacere sottile delle gambe indolenzite, della tossetta secca che caratterizza il non poter riempire i polmoni fino in fondo, lo stomaco chiuso dalla fatica.

Nelle giornate come ieri capisci che correre è lo sforzo di stare il più possibile staccato da terra. L’attività fisica che, per noi esseri umani, è più vicina al volare.

E, dopo, lo spirito è più leggero.

Correre e scorrere

Ho sempre amato correre in compagnia dell’acqua.
Che fosse il lungomare di Barcola a Trieste nella mia infanzia, o in vacanza sul lungolago di Bled o di Stresa, lungo la Drau, la Senna o il Reno, correre vicino ad un corso d’acqua mi ha sempre fatto sentire un po’ più sereno.

Quando sono a Milano corro lungo i Navigli.

Ieri sera, in compagnia degli amici di almosthere ASD, la mia società, sono andato ad allenarmi sul Naviglio Grande, quello che parte dalla Darsena e procede verso Ovest, in direzione Abbiategrasso e Turbigo fino a raggiungere il Ticino (da cui riceve le acque).
Era una sera d’inverno fredda ma non umida. La bruma, che abitualmente circonda il canale, aveva lasciato spazio ad un cielo limpido e senza stelle.

Naviglio Grande a Milano
Il fascino del Naviglio Grande di notte

Correvamo divisi in due formazioni, tra chi doveva fare delle ripetute e chi, come me, si limitava a mettere in cascina un po’ di chilometri a passo medio.

Quanto si chiacchiera in serate come queste!
Gli altri si chiedono come facciamo ad avere il fiato per parlare, io mi chiedo come facciamo, alla lunga, ad avere ancora cose da raccontarci.

Il percorso è segnato ogni 500 metri, ma nel buio si faticava ad individuare le scritte gialle sull’asfalto. Ma ho corso qui talmente tanto spesso che ormai conosco a memoria ogni metro.

I Navigli mi affascinano.
Sono delle vie d’acqua create in origine per far arrivare le merci dalle campagne nella città. Questo loro essere una strada le rende perfino più compatibili con il mio andare.

Così ieri riflettevo su come ci sia un legame tra il nostro correre e lo scorrere dell’acqua.
Quasi come se anche noi scorressimo assieme a lei.

Gli inglesi hanno una bella espressione che descrive questa sensazione.
Parlano di “to be in the flow”, letteralmente “essere nello scorrimento”, quando fai qualcosa in modo totalmente naturale ed inconscio, quando le sensazioni prendono il sopravvento sui pensieri, l’istinto sulla ragione.

E’ un attimo.
Poi torni a correre, a pestare i piedi sull’asfalto, a prestare attenzione alle chiacchiere di chi ti sta a fianco.

Ma per quell’attimo tu sei stato acqua.

Con lei sei scivolato lungo i fianchi erbosi del canale, sotto i ponti illuminati di Milano, in direzione del fiume e, più in là, del mare.
Ed il tempo è stato sospeso, non esisteva fatica, e tu eri un tutt’uno con il mondo.

Correre all’alba

Per noi che corriamo al mattino presto, questo è un momento dell’anno molto speciale.

La sveglia suona alle 6:00, tu magari hai aperto gli occhi alle 5:58 e sbirci il led lampeggiante pensando che per ancora due minuti puoi goderti il letto.

Poi tutto precipita.

Allunghi il braccio e zittisci l’allarme.
Indossi, ancora seduto sul letto, pantaloncini, maglietta e calze.
Recuperi le scarpe e vai in bagno.
Ti siedi sul water ed intanto allacci le scarpette.
Prendi le chiavi di casa e sei fuori.

Ma è ancora buio.

Allora, mentre lo fai partire, controlli l’ora sul gps che ti rassicura.
Inizi a correre lento, per scacciare i residui di sonno e decidi di avviarti verso la Montagnetta.
Il cielo muta rapidamente colore e passa dal viola, al rosso, all’arancione fino quasi ad assumere toni dorati.
Con un ultimo sprint sei in cima al Monte Stella e osservi la tua città.

La skyline di Milano all'alba
La skyline di Milano all’alba

Milano è come una donna, sa modificare il suo aspetto a seconda delle occasioni.
La sera ti seduce e ti lascia senza fiato.
Di giorno indossa la maschera del business.
Ma al mattino, appena sveglia, ti mostra la sua bellezza naturale.
E ti fa innamorare.

Poi in discesa verso casa, i pensieri già proiettati verso gli impegni della giornata.

Noi che corriamo al mattino lo sappiamo che questo è il tempo del cambiamento.
Le mattine saranno sempre più fresche e buie fino a quando, ad ottobre con il cambio dell’ora, precipiteremo nel freddo oscuro dell’inverno.

E correre all’alba tornerà ad essere un dovere e non un piacere.

Quasi quasi… si ricomincia

Quante volte abbiamo smesso e poi ricomnciato? E ogni volta ci sono motivi diversi ma lo stesso senso di innadeguatezza.

Mentre raggiungo i pacers delle 4 ore e 45 intorno al trentacinquesimo chilometro della MilanoMarathon lo scorso 2 aprile, mi stupisco di come loro siano freschi e pieni di vita mentre io sto letteralmente boccheggiando.

Un particolare da non trascurare: loro erano partiti da Corso Venezia alle 9:30 di quel mattino, io – quarto frazionista della mia staffetta per Emergency – ero partito 5 chilometri e 30 minuti prima.

Eppure…

Flash back. Ho 53 anni, sono stato (pesantemente) contagiato dal virus della corsa quando ne avevo 39 tanto che mi ero prefissato ed ero riuscito a correre la mia prima maratona entro i 40 (a Milano, anche quella volta). Ho corso tanto e su tutti i terreni, ho provato dalla pista all’ultratrail, ma negli ultimi 18 mesi non ho più gareggiato e nelle ultime 5 settimane non ho proprio corso. Neppure quella canonica uscitina alla domenica che ti lava la coscienza.

Allora eccomi qui, in una calda domenica di festa, con 10 chili di troppo e il fiato corto.

Intorno a me la gente fa festa, i corridori e – strano a dirsi per Milano – anche il pubblico. Quella mattina, mentre percorrevo al contrario il percorso, avevo incitato e salutato e supportato decine di runners, volti noti e perfetti sconosciuti, e avevo riprovato quell’emozione che chi ha gareggiato ben conosce.

Eppure…

Bastioni di Porta Venezia, striscione del 42esimo chilometro, Barbara Q e Barbara C, due quarti della mia staffetta, saltano dentro al percorso per fare con me gli ultimi 195 metri.

La folla applaude i maratoneti e io ben conosco le loro sensazioni, quel misto di fatica estrema e appagamento per essere arrivati alla fine. Un po’ li compatisco e un po’ li invidio.

Noi staffettisti viviamo di gloria riflessa, i veri protagonisti sono loro, ma gli applausi scendono a pioggia su tutti. La staffetta 399 taglia il traguardo bucando il muro delle 4 ore, ma sono felice come un bambino e penso che forse dovrei considerare di rimettermi a correre con serietà…

Allo stand di Emergency ci ritroviamo con gli altri staffettisti che hanno corso per l’associazione di Gino Strada, siamo quasi 500, riceviamo e restituiamo sorrisi e complimenti, bottigliette d’acqua e pacche sulle spalle.

Sarà il poco ossigeno, sarà quella strana magia della maratona per cui quando ci sei dentro pensi “chi me l’ha fatto fare?” e quando l’hai finita pensi “quando la prossima?”, fatto sta che un’idea inizia a farsi spazio nella mia testa.

Ho un pettorale per correre come fund raiser di Emergency alla New York City Marathon di novembre.
La mia società organizza una trasferta nella Grande Mela.
Ho davanti più di sei mesi… quasi quasi si ricomincia.

Back to Milano

Niccolò si sedette su una panchina nel parco dietro a Pagano.
Si sentiva un cretino.
E non perché stava fingendo di fare stretching da più di mezz’ora.

Era tornato dall’Australia ed era stato travolto da una ridda di emozioni contrastanti.

Milano lo aveva accolto bene. Quell’indifferenza che contraddistingue le grandi città era quello di cui aveva bisogno per rimettersi in equilibrio.
Troppo affetto, troppa attenzione, lo avrebbero fatto sentire a disagio.
Nella sua città poteva nascondersi dai vecchi amici e al tempo stesso ripercorrere all’indietro i passi della sua fuga.

Sua madre aveva riarredato per lui la vecchia cameretta. Aveva persino ritrovato i suoi vecchi libri, gli amori di gioventù (Philip Dick gli aveva fatto compagnia prima di diventare un autore di culto), la chitarra…
Con la scusa di cercare un lavoro, girava pigramente il quartiere e riconosceva le persone. Ma erano tutti cambiati, più vecchi. Il parroco non l’aveva riconosciuto, il suo migliore amico adesso aveva la pancia, una moglie e due bambini.
Lui si sentiva identico a come quando era andato via, possibile che gli altri fossero tutti così diversi? Gli sembrava di essere finito in un episodio di Ai confini della realtà: nel quartiere il tempo era passato più velocemente che per lui…

Un po’ alla volta aveva allargato il giro e aveva cercato le vecchie abitudini.
I locali dove faceva tardi con i compagni dell’università. Il negozio di dischi dove passava i sabato pomeriggio piovosi. L’Arena dove andava a correre con quelli della Pro Patria. L’alzaia e il Naviglio pavese che seguiva fino alla Certosa: la gita in bicicletta per il Lunedì di Pasquetta.
Tutto gli sembrava estraneo, lontano. Finché…

stretching al parco

Erano passati più di due anni dal suo ritorno in Italia e in quel periodo stava cercando un libro che ricordava di aver letto prima di laurearsi.
Dopo aver girato parecchie librerie lo aveva trovato al Libraccio di via Santa Tecla, tra i libri in offerta.
Era in fila alla cassa, dietro un signore che aveva acquistato un confanetto con tutte le opere di Verdi (che strano come certi particolari ti si fissino nella mente).
Lei era entrata sovrappensiero, aveva girato un po’ e poi si era fermata a sfogliare un libro con la copertina rovinata.

Non lo aveva visto.
D’improvviso la lentezza del commesso non era stata più un problema.
I ricordi tornavano vividi, come quando sorge il sole e la nebbia sui campi inizia a sfaldarsi.

Aveva puntato Ilaria fin dal primo anno di corso.
Le aveva fatto la corte come se fosse stata una delle gare cui partecipava. Conoscerla di persona era stato il primo successo, ottenere la sua attenzione e poi la fiducia, le tappe successive.
La storia aveva seguito il suo corso naturale. Niccolò imprimeva brusche accelerazioni alla relazione e lei seguiva più prudente.
Era stato così orgoglioso di chiederle di sposarsi da non notare la sua titubanza. Per lui esisteva solo il suo grande progetto e Ilaria non poteva non essere d’accordo.

Il giorno del matrimonio era stato come tagliare il traguardo.
Il rinfresco con gli amici erano la celebrazione della sua vittoria.
Il viaggio di nozze era stato il periodo di recupero post gara.

Ricordava con angoscia il giorno in cui erano tornati a casa dopo 10 giorni in un villaggio in Messico.
Aveva lasciato cadere i borsoni in entrata.
Ilaria era così felice di iniziare la nuova vita. Lui si sentiva svuotato.
L’unico pensiero era stato: “E adesso cosa faccio?”

Niccolò si rimise a correre.
Da quel pomeriggio al Libraccio si era messo in testa di ritrovare Ilaria.
Fortuna che c’era FaceBook. Aveva cercato vecchi amici comuni e attraverso loro l’aveva trovata, nonostante lei usasse un nomignolo e non il suo vero nome.
D’altronde anche lui preferiva restare nell’ombra, non le aveva neppure chiesto l’amicizia.
Leggeva tutto quello che scriveva e spiava le foto in cui appariva.
Aveva scoperto che era single, che non aveva figli, che viveva ancora a Milano in zona Pagano.

Niente da fare. Si rimise a camminare.
Per lui gambe e coscienza funzionavano in sincronia: se era bloccato dentro anche i piedi non giravano.

Aveva provato a consultare le vecchie pagine bianche a caccia di numero di telefono ed indirizzo. Ma non aveva avuto fortuna, nessuno le usava più.
Aveva pensato di scriverle un messaggio su FaceBook, qualcosa di intelligente e fulminante. Ma poi aveva sorriso alla stupida romanticheria della sua idea.
Così aveva iniziato a fare jogging nei parchi intorno a dove lei aveva detto di stare, sperando di incontrarla.

Chissà perché poi aveva così tanto bisogno di parlarle.
Probabilmente era quella sua mania di finire le cose. Di portare a termine le gare. Di dare un senso di completezza.
E la storia con Ilaria, risolta in una fuga, era stata come ritirarsi al primo ristoro.
Quella volta era ancora troppo giovane, non aveva capito.
Adesso che vedeva le cose da una certa distanza gli era chiaro che avrebbe dovuto rimettersi di nuovo con lei.

Sorrise tra se e se.
Chissà come sarebbe stata felice Ilaria!

Riprese a correre con foga.
Doveva essere felice!

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani

La lettera

Ma che ne sapevo io?
Come avrei potuto immaginare che le cose si sarebbero complicate così?

La prima volta che ti ho visto mi eri sembrato uno interessante.
Non so, forse perché non parlavi molto ma sembravi avere tanto da dire.
Forse perché sono attratta dalle persone che hanno una storia dietro.

Quella sera sono rimasta al tuo fianco, ed invece di ascoltare quello che gli altri dicevano, sorbivo ogni tuo più piccolo commento.
Come se avessi potuto ricostruire il tuo pensiero attraverso le cose che non dicevi.

D’altronde io sono così, invece che vivere la vita mi sforzo di scriverne il romanzo.

Ilaria, lasciò cadere la penna sul tavolo.
Fuori il vento scuoteva i vecchi scuri. Si strinse nel maglione colorato e prese tra le mani la tazza con la tisana. Una volta in più si rese conto di come la sua vita a volte somigliasse ad una pubblicità.

E il pensiero, invece di farle rabbia, in qualche modo le comunicò una profonda tristezza.

Scrivere una lettera
Un disegno di Ramon Casas che rappresenta una donna che scrive una lettera (1892) tratto dal Museo Nazionale d’Arte di Catalogna

I primi mesi mi era sembrato un sogno.
Non era una storia normale, era fatta di carezze furtive, di baci radi come il cielo azzurro a Milano.
Non mi illudevo. Ero certa che si trattasse di una storia sbagliata.

Tu dicevi che non c’erano donne nella tua vita, e io credevo che avessi aspettato me. Invece adesso so che tutto il tuo spazio vitale è riempito solo da te…
La prima volta che abbiamo fatto l’amore ti ho sentito così vicino.
Ma in fondo ogni uomo ha i suoi punti deboli.
Ad onor del vero ho dovuto insistere perché ci fosse una seconda volta.
Maledetta la mia mania di voler far succedere le cose!

Diede un’occhiata all’orologio sopra il tavolino dello studio, erano passate le due di notte. Avrebbe dovuto andare a dormire se il giorno seguente voleva trovarsi con gli altri per correre all’alba.

Se i suoi amici avessero saputo!
Qualcuno magari le sarebbe stato vicino, qualcun’altro avrebbe subito criticato. O magari l’avrebbe solo presa in giro con aria di sufficienza…
Ma si potevano davvero definire amici? O erano solo persone che il caso aveva messo insieme? Una somma di solitudini?

Mi fai una rabbia a volte…
Vederti elargire a piene mani agli altri quei momenti che io vorrei fossero solo nostri.
Leggere su FaceBook i tuoi stati e costruirci intorno un mondo ipotetico che in qualche modo mi comprenda.

Invece no.
Tu lì nella tua aura di poeta irraggiungibile, io qui sveglia di notte a tormentarmi.
E più cerco di creare occasioni per vederci più tu sembri sfuggirmi.

I messaggi che ci scambiavamo erano tutti interessanti.
Le infinite chiacchierate al telefono non mi bastavano mai.
Dov’è finito adesso tutto questo?

Rilesse le ultime righe e provò un moto di stizza.
Avrebbe dovuto tagliare. Troncare di netto quella “non-storia”.
Che senso aveva prolungare quella relazione se non le dava gioia?

Mi chiedo che senso abbia continuare tutto questo se per me è fonte di tensione e sofferenza e non di felicità?

Con un rapido tratto di matita cancellò quell’ultima parola e la sostituì con “serenità”.
Ma era giusto non aspirare alla felicità assoluta?

Va bene, adesso vado a letto.
Rispetto i patti e non rileggo quello che ho scritto.
Alla luce del mattino tutto sembrerebbe più incerto, più pericoloso.
Protetta dalla notte mi sono aperta e ho scritto cose che non avrei il coraggio di dirti in faccia…

Io sono qui, tu dove sei?
– Ilaria

Meglio farlo subito, togliersi il pensiero.
Piegò il foglio di carta, cercò una busta e la sigillò dopo aver frettolosamente fatto scivolare dentro lo sfogo di quella notte.
L’avrebbe imbucata questa notte stessa, mentre accompagnava il vecchio Fritz nell’ultima passeggiata della giornata.

Mise il francobollo, prese la penna e vergò l’indirizzo con la calligrafia tonda e decisa di cui era così fiera:

Gentile Signora
Ilaria Schiavon
via Belfiore, 13
20145 – Milano (MI)

Il portinaio le sorrideva con aria complice da quando aveva cominciato a ricevere quelle lettere con una certa regolarità.
Chissà se aveva intuito qualcosa? Chissà se era solo curioso?
Prese la borsa, il guinzaglio di Fritz e uscì sulle scale.

Doveva decidersi ad andare a dormire prima…

[NdA] Questo pezzo fa parte del progetto Frammenti urbani