L’arte di arrangiarsi

Franz con un casco da bici in testa

Lo spunto me lo ha dato un piccolo episodio insignificante: stavo accompagnando delle persone che, per motivi di sicurezza, ad un certo punto della gita hanno dovuto indossare un caschetto da alpinismo. In più d’uno ha chiesto come fare per indossarlo o se potevamo dare una mano a stringerlo.

Ovviamente, la maggior parte delle persone non ha mai indossato un caschetto, quindi era naturale chiedere una mano a chi era lì proprio a quello scopo.

Però, mi sono ricordato della mia prima volta. Avevo indossato il caschetto e non riuscivo a regolarlo. Quindi l’ho sfilato ed osservato meglio per capire come funzionava. Poi l’ho rindossato e mi sono arrangiato.

Ad onor del vero, ancora oggi quando vado a sciare e metto il casco, bisticcio sempre per toglierlo perché ha una chiusura strana… però non chiedo aiuto. Mi arrangio.

Questo credo sia il punto critico. Noto sempre più spesso persone che chiedono aiuto senza provare a risolvere da soli. Succede continuamente: l’auto non funziona, chiamo il meccanico; bisogna programmare l’accensione della caldaia, chiamo l’idraulico; bisogna fare una richiesta ad un ufficio pubblico, pago un commercialista.

La cosa è così diffusa che stanno nascendo nuovi lavori: il personal shopper, l’armocromista, il Curatore del Caos Familiare, l’Allenatore del sonno, il plant sitter.

Non mi metto qui a spiegare una per una queste nuove professioni, ma sono tutte caratterizzate da una cosa: pagare un professionista perché ti tolga un problema. Anche un problema personalissimo o magari banale.

Il tempo è denaro. Ha senso pagare qualcuno quando ti libera del tempo prezioso. Però qui la cosa ci è scappata di mano e, soprattutto, non consideriamo i danni collaterali.

La prima conseguenza di dimenticare l’Arte di Arrangiarsi, è che perdo fiducia nella mia capacità di risolvere i problemi (in psicologia lo chiamano senso di autoefficacia). Una volta che demando all’esperto di turno, innesco una spirale. Chiedere aiuto crea dipendenza, e continuerò a farlo per compiti sempre più facili.

La seconda conseguenza è che, spesso, rinunciare a fare significa rinunciare a capire. Quindi si apre la porta ai sedicenti esperti, ai consulenti impreparati, ai truffatori smaliziati.

La terza conseguenza è che mi affiderò sempre di più alla tecnologia. Non è un male usare Google map per trovare un indirizzo, usare un’app che mi faccia da agenda, un’app che mi aiuti a conoscere un partner, chiedere all’Intelligenza Artificiale di scrivere il testo di un messaggio di auguri. Ma c’è il rischio che, affidandoci alla tecnologia, perdiamo la capacità di farlo da soli.

La quarta conseguenza è che accetto il concetto che, pagando, posso trovare qualcuno che risolve il mio problema. Ed è la bugia più grossa, il rischio maggiore.

Vi sembra che esagero? Non avete mai sentito una persona lamentarsi in un hotel della pioggia “con tutto quello che pago”? O del fatto che il vicino tiene male il prato nonostante io pago l’IMU al Comune?

L’ultima, estrema, conseguenza è che stiamo creando uno iato, una separazione, tra quello che so fare e quello che posso fare. Una volta, le mie capacità erano il limite alle mie possibilità.
Tanto per fare una metafora alpina, salivo una montagna se avevo l’allenamento sufficiente e padroneggiavo la tecnica necessaria. Oggi mi aspetto di trovare chi porta il mio zaino, chi mi porta fino a metà salita con la jeep o con la funivia, una marca di scarponi che non fa scivolare, le calze a compressione che non fanno sentire la fatica, l’integratore che mi rimette in forma e, magari, chi mi posiziona i piedi in modo che io non inciampi tra le rocce. E se poi costruissero una scalinata in cemento… beh forse sarebbe meglio.

Mi manca un lieto fine. Non vorrei che questa riflessione fosse l’ennesimo sfogo contro i tempi moderni. L’unica nota positiva è che credo ci sia un insegnamento in questa deriva.

Quindi io adesso scendo in cantina e mi esercito a mettere e togliere il casco da sci, voi pensate bene prima di chiamare l’elettricista per cambiare la lampadina.

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