Buona parte dei mesi di giugno e luglio, per quanto riguarda la lettura, sono stati dedicati al romanzo giallo. È uno dei miei generi da relax preferiti. Ci sono autori che amo a prescindere, altri su cui inciampo, altri che mi fulminano con una storia e mi obbligano a leggere tutto quello che hanno scritto.
In quest’ultima categoria rientra Simon Mason, un inglese di Oxford, mio coetaneo, esperto di libri (di professione) e scrittore. Sellerio ha portato in Italia tre suoi titoli della serie “I misteri dei Wilkins”.
La bellezza delle storie sta nei due protagonisti, entrambi detective della polizia, entrambi Wilkins di cognome e simili nel nome Ray (diminutivo di Raymond) e Ryan. Due personaggi che sono l’opposto uno dell’altro: il primo è un afro-londinese, appartenente alla classe agiata, con studi in un college prestigioso, elegante nel vestire, nel muoversi, nel parlare e con una famiglia perfetta. L’altro è cresciuto in un campo zingari, veste come un maranza, ha modi irrispettosi e irruenti, ha una famiglia problematica alle spalle, la ragazza di cui era innamorato si drogava ed è morta di overdose lasciandogli un bambino da tirare su.
Due personalità opposte che però funzionano nel risolvere i delitti che si svolgono nell’Oxford paludata del nostro immaginario.
Per molti versi, la coppia dei Wilkins mi ha riportato alla mente la sgangherata coppia Hap & Leonard di Lansdale (altro autore che amo).
Una prosa spigliata e divertente, un giusto numero di colpi di scena, un twist finale che ti sorprende… insomma una lettura davvero piacevole.
Iniziate da Un omicidio a novembre e proseguite con Il caso Poppy Clarke e terminate con Persa e mai ritrovata.
Ma come vi dicevo, ho speso quasi due mesi sui gialli e ho riletto anche alcuni classici: Todo Modo e Il contesto di Leonardo Sciascia, A che punto è la notte di Fruttero & Lucentini, Il terzo uomo di Graham Green…
E ho notato una grande differenza tra i primi, cui potrei aggiungere altri gialli attuali, scritti dopo il 2020 e i secondi, scritti negli anni Settanta (il Terzo Uomo addirittura nel 1949).
L’abilità nello scrivere è la stessa. La padronanza della tecnica, la fantasia della trama. Ma cambia completamente la profondità della storia.
Un tempo si scriveva entrando nei dettagli, approfondendo i concetti, creando un retroterra storico e culturale credibile. Oggi vige il fast food delle emozioni. Storie divertenti, trame non troppo complicate ma estremamente vivaci. Personaggi limitati nel numero ed estremamente coloriti.
Meglio? Peggio?
Non saprei. È come provare a paragonare un panino comprato in un kebab ad un arrosto fatto dalla nonna. Il primo toglie uno sfizio, il secondo nutre.
Ho la sensazione che oggi si scrivano libri perché qualcuno li legga, adattandosi a seguire le pulsioni (ma anche le difficoltà cognitive) dei potenziali lettori. Una volta, forse, si scriveva perché si voleva dire qualcosa e i lettori erano abituati a sudare per godere appieno del libro.
Ne ha parlato Luca Bizzarri in un recente episodio del suo podcast Non hanno un amico. Il titolo dell’episodio era La lingua di chi ascolta (questo il link) ed era una difesa del dubbio come fonte di crescita. Citava Guia Soncini che sostiene che “…eravamo abituati ad essere circondati da cose che non capivamo e queste cose che non capivamo ci formavano…”
Ecco, forse i nuovi scrittori tendono a semplificare tutto per renderlo abbordabile, i vecchi scrittori se ne fottevano e scrivevano capolavori.
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Post Scriptum 01: grazie a Monica Nanetti che mi ha suggerito Simon Mason, che altrimenti non avrei mai incontrato
Post Scriptum 02: tra i classici che sto leggendo cito per merito assoluto Cavalli Selvaggi di Cormac McCarty (non è un giallo ma una storia western, che è un capolavoro dalla prima all’ultima pagina)